Il trucido e lo sbirro (U. Lenzi)

Il tema dell’alleanza tra bene e male, ovvero tra un ladruncolo della Roma criminale romanzata da decine di film dell’epoca ed un poliziotto che usa metodi propri per fare giustizia, è un leitmotiv di buona parte del cinema americano. Grande è infatti l’ironia con cui l’improbabile alleanza tra lo sbirro che cerca, con metodo non convenzionali, di salvare una bambina rapita ed un gruppo di rapinatori traditi dal loro capo: nonostante vari momenti di tensione “Il trucido e lo sbirro” è caratterizzato anzitutto da una forte vena sarcastica, che sottolinea le contraddizioni della società italiana e ne esalta l’esasperata violenza dell’epoca.

Certo è che – nonostante alcuni limiti e qualche forzatura – molte parti del film delineano, tutto sommato, un incalzante sequela di avvenimenti, oltre a presentare personaggi caratterizzati ed azzeccatissimi: a partire dalla splendida Nicoletta Machiavelli nella parte della compagna di Henry Silva (non più il poliziotto cinico di “Milano odia…” bensì il boss che ha sequestrato la ragazzina) a finire al mito assoluto di Milian, “Er monnezza” – che sa mostrare la sua parte “buona”, dotato di un’etica da anti-eroe che non si smentisce mai. A livello di intreccio, inoltre, il film si configura come una sorta di western moderno, tant’è che si apre con un film di questo tipo che viene visto dai galeotti di Regina Coeli.

Il trucido e lo sbirro“, primo episodio della nota saga del ladruncolo borgataro, dall’inconfondibile parlata romanesca – qui delineato per la prima volta dallo sceneggiatore Dardano Sacchetti. Il successo del film, certo non stellare e riservato agli adepti-cultuali del genere, si deve essenzialmente ad una solida interpretazione da parte di tutti i protagonisti, ad una regia che è una garanzia assoluta oltre che allo svilupparsi incalzante, cinico e ben bilanciato della trama. Certamente uno dei migliori tributi del poliziesco all’italiana, con un finale meno scuro del solito che fa addirittura sorridere.