Durante una missione spaziale viene ritrovato un monolito artificiale conficcato nella superficie lunare; con l’aiuto di un’avanzatissima intelligenza artificiale (HAL9000) si cercherà di scoprire di più.

In breve. Fantascienza cupa e psichedelica, dal ritmo lento ed inesorabile. Non per tutti, e fin troppo ricco di implicazioni socio-filosofiche, è un eccellente saggio di fantascienza sperimentale da riscoprire ancora oggi. A 50 anni dalla sua uscita.

Basato su un soggetto di Arthur C. Clarke (autore del romanzo omonimo, uscito in contemporanea al film), è un prototipo di fantascienza unico del proprio genere: è infatti in grado di proporre schemi narrativi e concettuali molto intricati e differenti da qualsiasi altro film visto fino ad allora. In tal senso, 2001 Odissea nello spazio rimane, per puro paradosso, un archetipo difficilmente imitabile: le sue tematiche di fondo sono complesse, il suo ritmo è lento, inesorabile, in molte fasi sembra sfinire il proprio pubblico.

Sono due, in effetti, le tematiche del film kubrickiano che vengono sviscerate: da un lato vi è il rapporto tra intelligenza artificiale ed esseri umani, dall’altro l’esplorazione dello spazio e le sue implicazioni. Computing Machinery and intelligence, il pioneristico articolo di Turing che si interrogava sulla possibilità di rendere le macchine “pensanti”, o meglio (riformulando la domanda) se una macchina possa comportarsi in modo non distinguibile dall’esterno da un essere umano. In tal senso il gioco dell’imitazione (the imitation game, scrive Turing) consiste proprio nella possibilità (o meno) di realizzare macchine “pensanti” in tal senso. Questo articolo – uno dei contributi più importanti in assoluto per lo sviluppo dell’informatica moderna – era uscito ben 18 anni prima, per cui è plausibile che sia Clarke che Kubrick lo conoscessero bene: e nel sentire la voce gelida ed impersonale di HAL9000 (il computer euristico di bordo a cui è affidato, in modo piuttosto irresponsabile, l’intero controllo della nave spaziale) sembra quasi di vedere una versione filmica basata su quel complesso articolo e sulle sue varie implicazioni sociali, logiche, religiose e morali. Del resto qui la cosa più interessante è legata all’umanizzazione estremizzata del computer: è tanto sensibile da fare gli auguri per il compleanno di un membro dell’equipaggio, mostra sensibilità nei confronti della missione ma è pure in grado di diventare anche un assassino, sebbene in modo sostanzialmente dilettantesco e (per ovvie ragioni) privo di esperienza.

Dall’altra parte, a creare un secondo, gigantesco aspetto concettuale, vi è uno dei leitmotiv più diffusi nel cinema di ogni tempo, ovvero la possibilità che esistano civiltà extraterrestri in qualche remota località dello spazio; anche qui i riferimenti scientifici e culturali sono concreti (dall’equazione di Drake che ha provato a formalizzare la probabilità che queste civiltà esistano, al noto paradosso di Fermi), ma Kubrick si mostra gelido, imparziale, scettico. Del resto non mostra nulla che non derivi dall’evoluzione umana – a cominciare dall’atipico incipit in cui assistiamo all’alba dell’uomo ed alla sua scoperta delle armi come mezzo di oppressione – eccezion fatta, naturalmente, per il monolito, il gigantesco blocco di pietra che (a parte somigliare ad uno smartphone di ultima generazione, visto oggi) è il vero fulcro simbolico della storia, con numerose implicazioni fattuali. Se da un lato sembra essere il mezzo alieno con cui le scimmie imparano a combattere, diventa anche un inquietante monito per gli astronauti a non avvicinarsi a mondi e conoscenze al di là del proprio mondo. In tal senso, pertanto, il fischio assordante che allontana l’equipaggio mentre si stanno scattando una foto vicino a sè pare vagamente lovecraftiano, così come è piuttosto riconducibile alla mitologia brutale e nichilista dello scrittore di Providence il tono generale di 2001 Odissea nello spazio. Lo spazio esplorato è silenzioso, fa paura sul serio: non è un affascinante fondale in cui si combattano epiche battaglie (vedi Star Wars), ma viene ridotto ad un mare oscuro che inghiotte ed uccide. I suoi mostri non si vedono, ma sembrano esistere, e soprattutto sono mostruosità spaventose quanto intangibili (l’invecchiamento precoce dell’astronauta). Il viaggio – anzi, le due missioni spaziali distinte a cui assistiamo nel film – vogliono sembrare scientificamente plausibili per tutta la durata della pellicola, ed in questo Kubrick è attento a non degenerare in spettacolarizzazioni inutili quanto gradevoli per il vituperato “grande pubblico”. Basti pensare, ad esempio, alla sequenza della morte improvvisa di uno degli astronauti, a cui viene scollegato improvvisamente il tubo dell’aria e che vediamo morire cinicamente in pochi secondi, senza che il collega abbia il tempo di avere alcun genere di reazione, di avvisare qualcuno, di tentare alcuna eroica impresa di salvataggio.

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In questo senso la fantascienza di 2001 è l’unica mai toccata da Kubrick – se si esclude la considerazione che Arancia Meccanica di qualche anno dopo sarà ambientato in una Londra futuristica e alienante – e si distacca dal modello dominante, mostrando una narrazione più incentrata sul diretto coinvolgimento del pubblico, sulla drammatizzazione degli stati d’animo (addirittura dal punto di vista di un computer, che afferma di sentirsi morire mentre viene scollegato) e sull’affiancamento con la natura istintiva dell’uomo, in ogni tempo, in ogni luogo, da ogni punto dello spazio. E l’enigmatico bambino delle stelle (Star Child), simbolo di una probabile rinascita, finisce per nascondere ulteriori implicazioni e suggestioni.

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2001 Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968)
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05/06/2018