Uno scrittore in crisi di ispirazione si trasferisce all’interno di un hotel isolato: presto alcune sinistre presenze condizioneranno i suoi comportamenti, avvertiti anche dal figlio dai poteri sensitivi.

In breve. Un capolavoro del genere come ritmo, tensione e sintesi: per quanto sia complicato decidere quale film di Kubrick sia il migliore (e da quale angolatura), Shining rimane – con buone probabilità – uno dei suoi meglio riusciti, e da ogni punto di vista.

Il tema delle antiche presenze dentro edifici abbandonati e di come, alla lunga, tali presenze possano condizionare il comportamento degli abitanti, è talmente comune nel genere horror da essere stato brutalmente banalizzato. Difficilmente un film sugli edifici maledetti (che, come ci ricordano South Park e i Simpson, sono quelli costruiti su “un antico cimitero indiano“) riesce ad essere credibile e spaventoso al tempo stesso: ed una delle banalizzazioni più comuni è proprio quella delle case stregate, in cui gli oggetti inanimati prendono vita e la realtà diventa tutt’uno con l’allucinazione. Se poi ci mettiamo un bambino in grado di percepire presenze demoniache, il discorso diventa completo e si presta alle critiche più feroci, soprattutto da parte del pubblico “cosiddetto adulto” che quasi sempre snobba l’horror sovrannaturale, prediligendo quello realistico. Ma qui, ovviamente, parliamo di uno dei capolavori del compianto Stanley Kubrick, che col suo cinema autoriale è riuscito (forse meglio di altri esimi colleghi) a rendere labile il confine tra “impegno” e “genere” all’interno del cinema che amava. E c’è di più: Kubrick mostra di saper dirigere in modo egregio un genere che non è il suo, producendo questa unica perla che viene ancora oggi considerata come uno dei migliori e più completi horror mai realizzati al mondo. Tra le sue influenze principali nella realizzazione di questo film, per quanto ne sappiamo, vi era Eraserhead di David Lynch, uscito giusto qualche anno prima.

Shining si segnala anche, per la cronaca, per uno degli utilizzi più famosi della tecnologia steady-cam, un complicato supporto per operatori di ripresa (con tanto di molle e pistoni) in grado di consentire riprese in movimento molto stabili, ed inventato proprio quell’anno da Garrett Brown.

Shining è, prima di ogni altra considerazione, uno studio d’atmosfera all’interno dell’Overlook Hotel: mostra infatti un edificio abbandonato che nasconde orrori indicibili, che si tradurranno poi (a scelta dello spettatore) in condizionamenti sovrannaturali o più semplici spiegazioni psichiatriche. Jack, in effetti, potrebbe essere un folle represso che ha deciso di sterminare la propria famiglia alla prima circostanza utile o, al contrario, un personaggio mite che si è fatto condizionare dall’ambientazione sinistra del posto: la spiegazione del film rimane aperta a più interpretazioni. Il soggetto è tratto dal romanzo omonimo di Stephen King, che non amò mai questa riduzione cinematografica e lo bollò senza mezzi termini come “una bella macchina senza motore“.

Nel suo incedere sinistro – e con buona pace del maestro dell’orrore scritto – Shining è l’horror perfetto: ritmato, moderno, equilibrato, attento a non eccedere in nessuna componente – e la cosa assume ancora più valore se si pensa che Kubrick, nella sua carriera, girò solo questo come unico film di questo genere. Del resto ciò che rende un masterpiece questo horror autoriale del 1980 sono una serie di elementi che ne costituiscono la facciata, un puzzle perfettamente realizzato di stereotipi ben rielaborati e ridefiniti, molti dei quali indimenticabili per il pubblico, spesso fino a costituire meme popolari fino ad oggi (la scena di Jack che sfonda la porta con l’accetta, ad esempio, ma anche quella in cui rimane congelato all’esterno).

La presenza del piccolo Danny Lloyd, tanto per partire dall’inizio, è la summa totale del “bambino inquietante” che sarebbe stato ripreso e riutilizzato in più sedi da altri cineasti: l’innocenza contrapposta alla crudeltà, l’elemento che fa da chiaroscuro nelle oscure vicende raccontate e che, probabilmente, eredita parte del feeling da film come The Omen (dove il bambino assumeva pero’ una valenza malvagia e puramente satanica). In questa sede il piccolo Danny, al contrario, è il buono della storia, quello in cui il pubblico è portato ad identificarsi: un buono comune, kinghiano, al cospetto di un Male colossale molto più grande di lui, esattamente come avviene nel romanzo da cui è tratto (e come avviene, ad esempio, nella narrazione di IT). Romanzo di Shining dal quale Kubrick decide di staccarsi, soprattutto nella scelta di reinventarsi il finale, e riscrivere il copione ed annessi dialoghi di sana pianta durante le riprese, conferendo un’aura più realistica alla storia (e a mio modo di vedere molto più sinistra) rispetto al romanzo di King, che invece vira più che altro sul fantasy-horror. Senza entrare nel merito della nota diatriba tra l’autore del libro ed il regista, per convincersi della grandezza di Shining basterebbe elencare le scene che sono diventate leggenda negli anni, e la miriade di interpretazioni e mindfuck che hanno stimolato le menti degli spettatori (un po’ come avvenuto per il primo Blade Runner e le molteplici interpretazioni di quel finale aperto).

Tornando a Shining, sappiamo con certezza che la storia funziona, e funziona bene (sia chiaro) anche nella versione rielaborata dal regista: questo soprattutto perchè il film vive della funzionalità innata di ogni singolo fotogramma, nel senso che è impossibile da raccontare in modo efficace senza descriverne le sequenze nel dettaglio. Il tutto una volta che i personaggi hanno preso una posizione nell’intreccio, un ruolo ben preciso nella storia, e si inizia a delineare quella che sembra un classico caso di violenza domestica (un padre che abusa di moglie e figlio).

LEGGI ANCHE:  Three… Extremes (Park Chan-wook, Takashi Miike, Fruit Chan, 2004)

Presto pero’ l’irrazionale prenderà il sopravvento, a cominciare dal lunghissimo climax di Danny sul triciclo mentre si aggira nel corridoio (con l’audio delle ruote sul tappeto e sul pavimento esaltato a dismisura), il tutto poco prima di incontrare le due defunte gemelle; passando poi per i singolari dialoghi con l’amico immaginario Tony (l’idea di muovere il dito in quel modo, a quanto fare, fu del giovanissimo attore durante un’audizione), gli incontri con i personaggi grotteschi (il barman, l’inserviente, le maschere) che popolano l’Overlook Hotel tra la realtà e l’allucinazione; il sangue che sgorga copiosamente dall’ascensore, la pallina da tennis che rotola nel corridoio e con cui Jack si diverte (scena che fu improvvisata da Nicholson, dato che nello script originale era riportato sinteticamente “Jack non lavora“), la misteriosa camera 237 (che sembra simboleggiare orrori lovecraftiani, non raccontabili), l’aggressione di Jack con l’accetta ai danni di Dick Hallorann (improvvisa e imprevedibile: è incredibilmente la prima vera scena esplicita del film); senza dimenticare, ovviamente, le progressive gradazioni di follia dello scrittore – Jack è un alter ego del King dell’epoca, come confessato candidamente dall’autore nel libro Sulla scrittura.

Per immedesimarsi al meglio nel personaggio Jack Nicholson sfruttò qualche espediente singolare per catturarne il mood paranoide-aggressivo: tipo farsi dare da mangiare per settimane piatti che odiava (sandwich al formaggio, a quanto pare). E non solo: la scena in cui aggredisce verbalmente per la prima volta la moglie, mentre sta provando a scrivere qualcosa, fu particolarmente difficile da girare perché, a quanto pare, l’attore aveva vissuto una circostanza del genere (mentre provava a fare lo scrittore) con la propria ragazza.

Per lui e la Duwall, del resto, fu un tipo di interpretazione decisamente impegnativa, considerando la pignoleria e l’ossessività con cui, risaputamente, Kubrick girava più volte le stesse scene in modo da avere più scelta in fase di montaggio. Ad esempio la scena della porta sfondata (quella in cui, nell’audio originale, Nicholson urla Here’s Johnny!) impiegò tre giorni di riprese e l’uso di ben 60 porte diverse. E non solo: per farla sentire completamente senza speranza (!), arrivò a vietare agli altri componenti del set (inclusa la sorella, Vivian Kubrick) dal simpatizzare con la Duwall, per evitare che uscisse fuori dal difficile personaggio che doveva interpretare. Il tutto con buona pace di King che, anche qui, accusò Kubrick di averla resa un personaggio privo di personalità, tanto da rasentare addirittura la misoginia: “Sembra buttata lì per urlare e comportarsi in modo stupido“. King dovrebbe sapere bene che i personaggi degli horror raramente brillano per intelligenza, e questo – sia chiaro – a prescindere dal sesso, per cui la critica, per quanto lecita (soprattutto dal punto di vista di chi ha scritto la storia ed immaginava, magari, un film di simil-produzione Hammer), finisce per lasciare il tempo che trova.

Nulla di grave, insomma, se si considera il contesto ed il resto dei personaggi: pochi, focalizzatissimi personaggi molto ben caratterizzati, in particolare quelli che comunicano mediante telepatia (Halloran e Danny). Alla fine del girato, per la cronaca, e dopo aver lavorato duramente sul proprio personaggio, la Duwall ebbe un esaurimento nervoso con tanto di perdita di capelli, e Nicholson fu tanto stremato dalle riprese che (racconta la compagna dell’epoca, Anjelica Houston) crollava ogni sera in un sonno profondo pochi istanti dopo essere rientrato.

Vale anche la pena di citare la fan theory più famosa su questa film, elaborata in un periodo in cui probabilmente nessuno l’avrebbe chiamata così – e risalente, a quanto pare, al giornalista della ABC News Bill Blakemore. Dopo aver visto il film e rimasto stregato (comprensibilmente) dalla sua visione, elaborò una propria teoria secondo cui Shining non sarebbe altro se non una gigantesca metafora dello sterminio degli Indiani d’America. La tesi è surrogata da prove altalenanti: alcune effettivamente suggestive (l’Overlook è costruito su un cimitero indiano, il verbo overlook che farebbe riferimento letteralmente alla capacità degli USA di “trascurare”, “lasciarsi sfuggire” la vicenda, Halloran si accascia morto su un gigantesco disegno sul pavimento raffigurante un indiano d’America, senza contare che la stessa ascia brandita da Jack potrebbe rappresentare un mohawk), e altre molto più deboli (il calumet sui barattoli delle conserve).

Leon Vitali, del resto, collaboratore storico del regista, ha da tempo screditato i registi di Room 237 (il documentario che indaga su questo come su altri aspetti “nascosti” legati alla pellicola) con una semplice affermazione: Kubrick avrebbe gradito il fatto che ogni spettatore si fosse fatto una propria idea sulla visione di un film, ma avrebbe considerato – giustamente – ridicola una teoria così univoca e assoluta. Comunque stiano le cose, lo spettatore sarà molto più a proprio agio a prendere Shining, nella sua grandezza, per quello che è: uno dei migliori horror degli anni 80, l’orrore come idea (per citare il maestro Fulci), diverso da molti fiacchi lavori su violenza domestica e case maledette per via dell’accurezza maniacale delle riprese, per il cast di lusso e per la capacità di ricreare un universo a se stante ben definito e terrorizzante. Un lavoro, in tal senso, puramente lovecraftiano: cosa che poi, con mezzi e modi differenti, riuscì a fare anche Carpenter con Il seme della follia e con lui pochissimi altri.

Titolo
Date
Name
Shining (S. Kubrick, 1980)
Rating
51star1star1star1star1star

# # # # # # #

23/08/2019