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Quattro sopravvissuti ad un’epidemia mondiale lottano per la sopravvivenza nell’Inghilterra di oggi.

In due parole. Survival horror abbastanza sopra le righe (da brivido gli assalti degli “infetti”, anche se quasi tutto è dovuto all’effetto jump scare): abbastanza credibile nella costruzione dell’intreccio e nell’ambientazione, che finisce per richiamare i grandi classici del passato (“L’ultimo uomo della terra”, “Il giorno degli zombi” e vagamente anche “Incubo sulla città contaminata“). Per chi non l’ha ancora visto, sarà quasi una riscoperta, al netto di quale “riciclo” che rientra nel già visto. Per il pubblico horror più generalista, invece, vale la pena di vederlo col beneficio del dubbio,

Scritto da Alex Garland e diretto da Danny Boyle (più noto per Trainspotting), “28 giorni dopo” è un film che tributa evidentemente (e forse accidentalmente) le pellicole romeriane (il sottostimato Il giorno degli zombi, soprattutto). Pellicola prodotta con grande stile e pochi mezzi, capace – direi inaspettatamente – di ricrearsi una sana ed originale autonomia. Girando in un buon Direct Video per ovviare alla mancanza di fondi, Boyle ricorre a pochi attori, e tutti di qualità e convincenti (deo gratias): in particolare l’ex paziente dell’ospedale Jim (l’uomo della strada in cui è facile immedesimarsi), e la quasi-eroina Selena, una ex-farmacista diventata killer spietata a colpi di machete. Come tradizione vuole, inoltre, viene posto l’accento più che sulle vicende in sè (alquanto prevedibili, per certi versi) sulla caratterizzazione psicologica dei protagonisti, e soprattutto sulla loro inesorabile disumanizzazione.

Non manca l’assalto critico contro il consumismo, ed in questo la breve sequenza nel supermercato evoca in modo piuttosto evidente quella che ha reso cult il film del 1978 di Romero, Zombi. Certo vedere una villa-bunker piena di soldati fin troppo simile, addirittura nelle interazioni tra i personaggi (donna vista donna-oggetto, abusi dei militari e via dicendo), alla pellicola romeriana che inventò lo zombi dal viso umano Bub (anche in “28 giorni dopo” troviamo un “infetto”/zombi, tenuto come cavia per studiarne il comportamento). Al netto di questo, dato il contesto e l’attenzione con cui Boyle ha voluto staccarsi dalla tradizione dei soliti “mangia-cervello”, il risultato finale di “28 giorni dopo” è certamente ammirevole. Resta il fatto che la reale natura degli esseri che hanno invaso l’Inghilterra (il contagio, parola tabù dal 2020 in poi, pare rimanere circoscritto e non essere pandemico) rimane materia di discussione, forse neanche troppo rilevante ai fini della valutazione del film.

Impossibile poi non citare Lenzi ed il suo celebre incubo cinematografico, da cui Boyle pare aver derivato sia i contagiati (che non erano morti viventi neanche lì) che le movenze degli stessi, capaci di correre ed aggredire le vittime come dei dannati, e motivo per cui – tanto per dire le incomprensioni – due decadi prima Dan O’Bannon venne deriso dai produttori che videro in preview il suo “Il ritorno dei morti viventi” (vedi intervista a Nocturno, N. 98). Evidentemente il genere ne ha percorsa di strada, e – con buona pace del buon O’Bannon, dal mio punto di vista autentico eroe letterario per qualsiasi appassionato di horror – sarebbe a questo punto sciocco aggrapparsi ai soliti nomi del passato per schermare il valore di una pellicola moderna come questa. Certo, nonostante qualche sbavatura che non lo rende esattamente un masterpiece, resta un oggetto cinematograficamente di gran livello.

Infetti e non zombi che – colpo di genio – sono contagiati mediante il sangue esclusivamente a livello psicologico e comportamentale: in pratica sono spinti dalla malattia ad andare fuori di testa, mentre i morti reali di “28 giorni dopo” (uccisi dalla malattia stessa) restano (tristemente) tali, non emergono da alcuna tomba, cosa peraltro molto ben evidenziata dal film. La malattia di fatto non fa che prolungare l’agonia rendendola una frenetica ricerca di nuova carne umana, configurandosi anche come metafora delle nevrosi moderne (e forse anche di alcuni effetti collaterali ben noti nel 2020).

Un horror in definitiva parecchio spinto sul piano della tensione, privo di inutili eccessi splatter e con un discreto livello di caratterizzazione dei personaggi, il quale sviluppa in modo creativo il modello di base che determinò “L’ultimo uomo della Terra“. In fondo si potrebbe anche ritenere che i contagiati vengano sostanzialmente “vampirizzati”, e questo appare decisamente più credibile e giustificherebbe, peraltro, la forza fisica degli stessi, tipica dei celebri succhia-sangue (Vampires).

In definitiva: qualcuno sostiene ancora che si tratta di un ibrido nè carne nè pesce, altri storceranno il naso per i buoni sentimenti messi in ballo dal film nella parte centrale (e per il finale ufficiale, forse un po’ indigesto o forzato), altri pero’ lo ameranno in modo incondizionato per i suoi micidiali colpi di scena e per la capacità di tenere il ritmo. Resta il fatto che, ancora oggi, si tratta di uno dei contributi fondamentali per lo sviluppo del genere nel nuovo millennio.


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