28 giorni dopo (Danny Boyle, 2002)

Quattro sopravvissuti ad un’epidemia mondiale lottano per la sopravvivenza nell’Inghilterra moderna…

In due parole. Survival horror abbastanza sopra le righe (da brivido gli assalti degli “infetti”, anche se quasi tutto è dovuto all’effetto “improvviso”): molto credibile nella costruzione dell’intreccio e nell’ambientazione, che finisce per richiamare i grandi classici del passato (“L’ultimo uomo della terra”, “Il giorno degli zombi” e “Incubo sulla città contaminata”). Per gli appassionati sarà certamente una riscoperta, con annessa alzata di sopracciglio per alcune citazioni al limite della scopiazzatura; per il pubblico horror più generalista vale certamente la pena di vederlo una volta nella vita.

Scritto da Alex Garland e diretto da Danny Boyle (più noto per Trainspotting), “28 giorni dopo” è un film che tributa evidentemente (e a volte accidentalmente) le pellicole romeriane (Il giorno degli zombi e, in qualche sequenza, Zombi). Pellicola prodotta con grande stile e pochi mezzi, capace – direi inaspettatamente – di ricrearsi una sana ed originale autonomia. Girando in un buon DV per ovviare alla mancanza di fondi, Boyle ricorre a pochi attori e tutti di qualità e convincenti (deo gratias): in particolare l’ex paziente dell’ospedale Jim (l’uomo della strada in cui è facile riconoscersi), e la quasi-eroina Selena, una ex-farmacista ormai killer spietata a colpi di machete. Come tradizione vuole, inoltre, viene posto l’accento più che sulle vicende in sè (alquanto prevedibili per certi versi) sulla caratterizzazione psicologica dei protagonisti, e soprattutto sulla loro inesorabile disumanizzazione.

Non manca l’assalto critico al consumismo, ed in questo la breve sequenza nel supermercato evoca in modo piuttosto evidente quella che ha reso cult il film del 1978 di Romero. Certo vedere una villa-bunker piena di soldati e fin troppo simile, addirittura nelle interazioni tra i personaggi (donna-oggetto, prepotenza militare, soprusi ecc.), alla pellicola con Bub (anche in “28 giorni dopo” troviamo un “infetto”/zombi tenuto come cavia per studiarne il comportamento) farà un po’ venire i brividi a chi conosce a memoria il regista americano: tuttavia, dato il contesto e l’attenzione con cui Boyle ha voluto staccarsi dalla tradizione dei soliti “mangia-cervello”, il risultato finale di “28 giorni dopo” è certamente ammirevole. Resta il fatto che la reale natura degli esseri che hanno invaso l’Inghilterra (il contagio pare restare circoscritto) rimane materia di discussione, forse neanche troppo importante ai fini della valutazione del film.

Impossibile poi non citare Lenzi ed il suo celebre incubo cinematografico, da cui Boyle pare aver derivato sia i contagiati (che non erano morti viventi neanche lì) che le movenze degli stessi, capaci di correre ed aggredire le vittime come dei dannati, e motivo per cui due decadi prima Dan O’Bannon venne deriso dai produttori che videro in preview il suo “Il ritorno dei morti viventi” (vedi intervista a Nocturno, N. 98). Evidentemente il genere ne ha percorsa di strada, e sarebbe sciocco aggrapparsi sempre ai soliti nomi del passato per schermare il valore di una pellicola “moderna” di questo tipo: nonostante qualche sbavatura che non lo rende un masterpiece, resta un oggetto cinematograficamente di gran livello nel cinema del nuovo millennio.

Infetti che – colpo di genio – sono contagiati mediante il sangue esclusivamente a livello psicologico e comportamentale: essi sono spinti dalla malattia ad andare fuori di testa, mentre i morti reali di “28 giorni dopo” (uccisi dalla malattia stessa) restano (tristemente) tali, non emergono da alcuna tomba, cosa peraltro molto ben evidenziata dal film. La malattia non fa che prolungare l’agonia rendendola una frenetica ricerca di nuova carne umana, configurandosi anche come metafora delle nevrosi moderne. Un horror parecchio spinto sul piano della tensione, senza eccessi splatter e con un buon livello di caratterizzazione dei personaggi, il quale sviluppa in modo creativo il modello di base alla “L’ultimo uomo della Terra“. In fondo si può ritenere che i contagiati siano sostanzialmente “vampirizzati”, e questo appare decisamente più credibile e giustificherebbe, peraltro, la forza fisica degli stessi, tipica dei celebri succhia-sangue (Vampires). In definitiva: qualcuno dirà che si tratta di un ibrido nè carne nè pesce, altri storceranno il naso per i buoni sentimenti messi in ballo dal film nella parte centrale (e per il finale ufficiale, forse alquanto indigesto), altri ancora lo ameranno in modo incondizionato per i suoi micidiali colpi di scena: rimane il fatto che si tratta di uno dei contributi fondamentali per lo sviluppo del genere nel nuovo millennio.

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28 giorni dopo (Danny Boyle, 2002)
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