A snake of June (2002, Shinya Tsukamoto)

Rinko Tatsumi è una psicologa che fa consulenze telefoniche: è sposata con un uomo visibilmente più grande di lei, con il quale vive un rapporto totalmente privo di passione. Un giorno riceve una missiva da parte di un misterioso uomo (interpretato dallo stesso Tsukamoto) che gli invia svariati set di fotografie nei quali è ritratta la donna mentre si masturba vicino alla finestra. La persona in questione era un aspirante suicida, grato a Rinko per averlo convinto a non compiere l’estremo gesto e che ora desidera, a suo modo, ricambiare il favore.

In breve: tematiche dirette, senza pudori di alcun genere e trattate con grande naturalezza. Un thriller atipico e per certi versi commovente, con un cerchio che – insolitamente per Tsukamoto – sembra chiudersi a meraviglia.

Girato in tonalità di azzurro molto malinconici e da film d’altri tempi, il film raffigura di frequenta una pioggia incessante (quella del mese di giugno, per l’appunto), mentre il “serpente” fa riferimento all’essenza della donna secondo il regista; disponibie con sottotitoli in italiano, privo di doppiaggio come sempre in Tsukamoto.

Rinko rappresenta una donna profondamente insicura, traumatizzata da un padre alcolizzato e trascurata da un marito che vive praticamente per conto proprio, anche quando la consorte è spaurita ed avrebbe bisogno di un appoggio. Paradossalmente il rapporto apparentemente morboso con il “terzo incomodo” serve a rendere progressivamente disinibita la protagonista, che indossa una minigonna, viene convinta a non portare biancheria intima e – udite udite – ad acquistare un vibratore, liberandosi progressivamente di tutte le sue paure. Se nella prima parte del film viene delineata la sua grande abilità nel tranquillizzare la madre preoccupata di un ragazzino, contemporaneamente fuoriesce la sua incapacità nel gestire la propria vita, e nel “fare veramente ciò che vuole” (la chiave di lettura del film, un sostanziale “Do what thou wilt” di crawleyana memoria che è stato ricordato, ad esempio, da Alberto Antonini nel suo “Seguendo il sangue”). Il book fotografico che Rinko riceve, e che le fa vedere l’ immagine che gli altri hanno di lei, diventa forse la cosa che affascina maggiormente: al tempo stesso resta spazio per considerazioni più profonde (e meno materiali) inerenti il rapporto di coppia ed il sapersi “completare” a vicenda.

Quando il fotografo afferma che la donna sa ben dire agli altri cosa fare, ma non è grado di decidere per se stessa, rende perfettamente l’argomento centrale del film, che sono le inibizioni indotte, come spesso avviene nei film di Tsukamoto, da un regime di vita alienante, che da’ spazio solo alla produttività delle grandi metropoli – e che non lascia spiragli per gli aspetti più umani, come i sentimenti reali ma anche le perversioni più trasgressive. Meritevole di citazione, nel clima di ostentata “ordinarietà” del film, la visionaria scena in cui il marito di Rinko viene narcotizzato dal fotografo, e poco dopo si ritrova (oppure sogna) una stanza in cui molti uomini sono legati a rispettive sedie e, mediante dei coni applicati sulla faccia, sono obbligati a guardare due giovani letteralmente costretti a fare sesso tra di loro. Il recupero del rapporto da parte del marito, peraltro, avrà un effetto sostanziale anche sulla vita del protagonista, con un invito per gli spettatori a guardare sempre dentro se stessi. Un bel film profondo ed intrigante, lontano dai lidi dell’horror esplicito, forse piuttosto impegnativo e – se serve aggiungerlo –  decisamente valido.

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