Crash (D. Cronenberg, 1996)

James (Ballard!) e Catherine dopo un incidente automobilistico dalle conseguenze disastrose sviluppano una sorta di pulsione sadomaso… In breve. Impossibile da raccontare, stroncato dalla critica quasi all’unisono, poco lineare, morboso come non mai e permeato da un senso di malattia e tensione decisamente fuori dal comune. Non esattamente il film da gustare con l’allegra brigata di amici, se servisse scriverlo: piuttosto espressione di un cinema fuori dalle righe, veloce, implacabile e al tempo nichilista, cyberpunk e filosofico. In due parole, David Cronenberg. Per fan del regista e, quasi certamente, per nessun altro.

Prima di tutto, per quanto sembri banale ammetterlo Crash turba perchè è un film sul sesso: solo nei primi 25 minuti si possono contare, tanto per intenderci, cinque tentati approcci, amplessi selvaggi e masturbazioni. Sesso e metallo corrono su binari paralleli, e per il regista canadese non dovrebbe neanche essere una novità, tanto più che le modalità ricordano – con le dovute variazioni sul tema – il cyberpunk Tetsuo di qualche anno prima. Diversamente dagli accenni rapidi dei lavoro precedenti, la sessualità assume un valore di spicco, ma sempre come atto meccanico, spesso vuoto e di natura profondamente feticista. Non mi stupirebbe sapere che chi lo ha criticato aspramente sia lo stesso individuo che ebbe orgasmi a triplo avvitamento per il noto sottotesto di Videodrome; e già questo, di per sè, non sta in piedi, perchè “Crash” non può che essere l’ennesima esaltazione della poetica cyberpunk del regista. Il fatto che il film coniughi sesso, macchine e morte in modalità non splatter, ma anzi vividamente realistica, ha contribuito a rendere il film un oggetto non identificato, una specie di “scheggia impazzita”, quasi come quelle uscite fuori dalle lamiere delle vetture dopo l’impatto fatale. Certamente – c’è da specificare – non il miglior Cronenberg della storia ma questo, badate bene, finisce per essere un discorso non prettamente legato alla qualità del film stesso.

Le reazioni isteriche dei politici italiani – come di recensori poco tolleranti – contro Crash sono, a mio avviso, la prima cosa da mettere da parte nell’analisi di questo film: essi furono accecati, probabilmente, da un senso di sorpresa per un lavoro (come la tradizione “di genere” impone) scevro da intellettualismi troppo manipolabili dalla critica “colta” tradizionale, contro cui sbattè in faccia un’invenzione letteraria decisamente sconvolgente. Essa si riconduce a ripensare all’atto sessuale come ad un’esplosione di brutalità, qualcosa di paragonabile esclusivamente all’impatto di un incidente stradale: un simbolismo che viene messo in pratica per tutto il film, e che per questo motivo sa sconvolgere. Esso, per quanto fosse un topos noto da almeno vent’anni (all’epoca), deve aver messo in serio imbarazzo l’intelligencija italiana, mentre dal canto suo Cronenberg non è mai davvero riuscito ad essere banale nei propri contenuti. Questo accoppiamento anarchico tra pulp, perversione e degrado umano nichilista fece arrivare, ed è ormai storia, questi signori a chiedere la censura dell’opera stessa. Circa quindici anni dopo avremmo rivolto volentieri un sonoro “epic fail” a chi arrivò a proporre una cosa del genere; e questo, se ci fosse bisogno di scriverlo, non certo perchè qualcuno debba prendere esempio da Crash. Piuttosto perchè il presupposto della censura, in questo come in altri casi simili, assume che un’opera audio-visiva in genere debba rivolgere messaggi ben precisi e mirati al pubblico, ricordando le assurdità proposte dal cinema di propaganda di tempi e luoghi poco piacevoli da evocare. Se non segui i dettami imposti dai trend del momento (che in Italia coincidono tristemente da molti decenni con la commedia pecoreccia, il dramma familiare e le favolette post-adolescenziali) sei considerato un emarginato, un pazzo, uno psicopatico come Henry. Questo è un concetto molto pericoloso, e non è il caso che ne discuta ulteriormente qui.

Le scene forti di Crash, tra cui il “professionista” che ricostruisce senza protezioni la morte di James Dean, oppure il grippo di deviati mentali che si eccita in presenza di un incidente stradale appena avvenuto, sono soltanto la punta di diamante di un malessere umano. Quello che molti hanno finito per accettare conformisticamente, facendosi spersonalizzare e perdendo ogni rapporto con la realtà, arrivando a inseguire feticismi ancora più pazzeschi in cui il “terzo incomodo” diventa complice della coppia. È in quest’ottica che vanno visti gli amplessi continui, in automobile come in un letto: espressione di un’insoddisfazione perenne (vedi inizio e fine film), di un vuoto morale che nemmeno la ferocia macabra di un incidente potrà mai colmare. Un mondo in cui le storie delle macchine (e non solo delle auto) hanno preso il sopravvento su quelle umane, a loro intimamente fuse.