Tetsuo – The Iron Man (1989, Shinya Tsukamoto)

Uno dei cult assoluti del cyberpunk cinematografico, rappresenta l’alienazione esistenziale prodotta da una tecnologia sempre più perfetta e sempre più disumana. Convulso incubo metropolitano, il cui senso è relegato alla visione completa della trilogia (Tetsuo 2 – Body Hammer del 1992 e Tetsuo 3 – The bullet man del 2009): qualsiasi considerazione deve necessariamente essere postuma, e non credo sia lecito, in questo caso, esprimere giudizi preconcetti a riguardo.

TetsuoIn breve: fantascienza low-budget con forti elementi horror, trama sconnessa e richiami a Cronenberg ed al cyberpunk. Una chicca originale e delirante, non troppo agevole da visionare ma cult all’ennesima potenza. Tetsuo, l’uomo di ferro: girato volutamente in bianco e nero e con pochi mezzi (il regista ne interpretò una parte per ovviare ad esigenze di low-budget), forse rappresenta in sintesi il desiderio ancestrale di immortalità ed onnipotenza dell’uomo, del suo folle voler essere invincibili ed intoccabili che non può che tradursi, al giorno d’oggi, in barriere d’acciaio che ci vincolano, in rudi movimenti meccanici, indotti da un ambiente circostante sempre meno Umano e sempre più vuotamente Tecnologico. Obiettivo finale: la nichilistica auto-distruzione.

Come in “Tokio Fist” anche qui il dolore rappresenta parte della vita:  attraverso esso si veicolano le sensazioni autentiche che sono rimaste all’ uomo (idea presente, in linea di massima, anche nella saga di Hellraiser), troppo spesso intrappolato nelle gabbie della modernità, del “dover fare” e della vuota produttività. Una scena altamente simbolica del film, del resto, e spesso dimenticata in favore del tentativo di delineare l’intreccio, si verifica quando il “metal fetishish” annuncia che “…presto il tuo cervello diventerà di metallo“, e mostra “un mondo nuovo” al povero Tomoo (ormai interamente mutato): un campo di fiori fatto interamente di ferro, con steli a forma di molle. In questi fotogrammi si racchiude buona parte dell’essenza artistica – e dell’amore per il cyberpunk – del regista Shinya Tsukamoto.

I non sequitur di “Tetsuo – The iron man” (e ce ne sono parecchi) sono tutt’altro che digeribili, ma fanno parte di un’estetica, di un modo di fare cinema come espressione di un legame disturbante tra uomo e macchina. Rimane realistico pensare che, al contrario del movimento letterario che conta vari guru (ad esempio James Ballard e, in parte, Philiph Dick), il cyberpunk cinematografico si è sviluppato in modo piuttosto disorganico, e non presenta tratti riconoscibili ed esclusivi: questo certamente non depone a vantaggio di un film, come quello in questione, certamente non per le masse di pubblico. E’ anche vero che il suo sviluppo in forme più “commerciali” (pensiamo a “Matrix” e a tutto quel filone che comprende ad esempio Johnny Mnemonic), non è esattamente riconducibile a questa corrente, per molti versi La corrente cyberpunk. Il voler stare “fuori dalle righe” di Tsukamoto, ad ogni modo, provoca un forte disorientamento nello spettatore medio, sfavorendo nettamente la visione del film e facendo cadere in tentazione parecchi spettatori di chiudere il televisore dopo neanche quindici minuti. Nonostante il film si possa facilmente tacciare di voler sembrare un po’ sterilmente filosofico, possiede il merito di aver riconsegnato, all’epoca attraverso i meandri del cinema underground, una autentica dimensione artistica in chiave moderna ad un prodotto audio-visivo. Tetsuo lancia messaggi sovversivi e preoccupati sul nostro futuro, anche se spesso confusi e non intuibili. Innumerevoli i riferimenti ad altri film simili come stile e tematiche: si va dal classico “Eraserhead” di David Lynch (stile delle riprese, trama sconnessa) fino a Cronenberg: “La Mosca” nel rapporto di coppia mutato tra due amanti a seguito di un cambiamento fisico (il trapano-fallico in questa sede, la mutazione in insetto di Brundle nell’opera citata), Videodrome nell’utilizzo dello schermo come mezzo di alienazione, in generale la tematica del “body horror” che ha caratterizzato almeno la prima metà della produzione del regista canadese, e di cui Tsukamoto si è dichiarato più volte fan.

Vi sono alcuni punti salienti della trama che, a mio avviso, occorre evidenziare, anzitutto le fotografie di atleti e corridori collezionate all’interno della macchina: sembra infatti che il metal fetishish (nella vita di ogni giorno, Tsukamoto) non sia altro che una sorta di maratoneta che probabilmente cercava nuovi modi per incrementare le proprie prestazioni a mo’ di doping. Questo lo si deduce non tanto dalla sua corsa frenetica all’inizio ed alla fine del film, quanto dal fatto che indossa una maglietta da corridore con una “X”, come se fosse il numero di gara, stampata sopra.  L’ impiegato Tomoo Taniguchi (interpretato da Tomorowo Taguchi) e la ragazza (interpretata da Kei Fujiwara) hanno prima investito il feticista, poi trasportato in macchina e, in preda al panico, lo hanno prima lasciato in un burrone e poi hanno grottescamente fatto sesso (!), probabilmente per smaltire la tensione o, magari, in preda ad un’eccitazione modello Crash.

Poco dopo la colazione Tomoo parla al telefono con la ragazza, ed il fatto che i due ripetano continuamente “Pronto” senza dirsi null’altro fa intuire una sorta di alienante senso di colpa per l’accaduto. Alla fermata della metropolitana Tomoo incrocia una donna, contaminata da una “cosa” metallica informe (che, nonostante le dimensioni, sembra “contenere” o essere controllata a distanza dal metal fetishist) che le intacca la mano e la trasforma in una specie di androide metà donna e metà macchina. Costei cerca di aggredire, senza un apparente motivazione, il salary-man protagonista rincorrendolo fino ai bagni della metropolitana, e poi fino a casa, dove grazie ad un cacciavite l’uomo ha la meglio, mentre è probabilmente rimasto definitivamente infetto dal metallo. La sera stessa sogna di essere sodomizzato dalla compagna (non da una “demone” qualsiasi, come qualcuno sul web ha scritto), mutata anch’essa in una malefica danzatrice provvista di un tubo metallico pieghevole in corrispondenza del pube. Impressionante il modo in cui Tsukamoto, da qui, rende gli effetti speciali impressionanti e realistici (si vedano i circuiti nel braccio di Tomoo).

Altro tocco di classe agli effetti speciali: la pelle che si stacca dal viso del salaryman, sotto il quale vi è un’intricato insieme di circuiti e fili elettrici. Il metallo sembra anche conferire una sorta di invulnerabilità a Tomoo, che non risente delle numerose coltellate subite dalla ragazza dopo aver tentato di aggredirla con il mostruoso trapano-fallico (scena cult citatissima). Il delirio di effetti speciali del finale, poi, va seguito con grande attenzione perchè mostra un’immensa e dettagliatissima ragnatela di tubi metallici, fili e circuiteria elettrica che fa meraviglia, di per sè, per una produzione low-cost. Molte sequenze sono state girate nel cosiddetto “passo uno“, ovvero utilizzando un singolo frame al secondo al posto dei consueti 25, creando un effetto di immagini “a scatti” usato qui in modo estremamente suggestivo.

“C’è una bipolarità: stress e amore. Amore perché la tecnologia ha permesso la crescita economica del Giappone, stress perché ci ha oppresso e se vengo oppresso l’unico desiderio che provo è quello di una tabula rasa, distruggere per creare qualcosa di migliore” (S. Tsukamoto)