Delitto al Blue Gay (B. Corbucci, 1984)

L’ultimo episodio della saga dell’ispettore Nico Giraldi: una produzione che rende omaggio a quanto fatto in precedenza ma che, di fatto, si materializza in semplici ed efficaci gag immerse in una trama che è un semplice pretesto o quasi.

In breve: Milian e Bombolo salutano il loro pubblico dopo ben 11 episodi, strappando un po’ faticosamente le ultime risate. E’ stato detto che in questo film Milian fosse piuttosto fiacco e che, di fatto, abbia reso il suo personaggio niente di memorabile: eppure ci sono delle ottime eccezioni che smentiscono questo luogo comune, a cominciare dalla strepitosa scena in cui la coppia Bombolo-Giraldi simula di essere in un aeroporto, con tanto di Lechner armato di aspirapolvere (“Din-don, volo per Nuova Yorche!“). Un momento di trash al quadrato, qualcosa di memorabile come il mitico “spezzatino alla gattara” che altro non è se non una scatoletta di cibo per gatti riciclata a prelibato (?) secondo.

Nel “Blue Gay”, un noto locale di travestiti della capitale, si esibiscono vari artisti di cabaret, uno dei quali rimane ucciso in circostanze misteriose: fortemente sospettato il coinvolgimento di un regista tedesco che si trova lì quella sera, e sarà il mitico Giraldi a dover trovare il bandolo della matassa. Ovviamente non potrà che farlo coi suoi mezzi, tipicamente poco convenzionali e piuttosto maneschi, mentre i superiori cercheranno come sempre di ostacolarlo e la moglie andrà in crisi con lui perchè, durante le indagini, lo trova casualmente in un locale gay. Guardandolo oggi, qualcuno (ad esempio Alessandro Martini su CulturaGay) ebbe qualcosa da dire su quanto certe situazioni fossero stereotipate: ma sono in realtà una sequela di personaggi-macchietta costruiti ad arte, come il ladruncolo dalla vita semplice (Bombolo / “Venticello”), il poliziotto privo di scrupoli e pieno di conoscenze che segue il proprio istinto (Giraldi), il commissario un po’ rincoglionito… bisogna riconoscere che se da un lato la totalità degli omosessuali è dipinta come delle checche isteriche per definizione kitsch, dall’altra il film è sceneggiato in modo talmente debole che serve soltanto, come detto all’inizio, per dare un pretesto ad improbabili e spassosi travestimenti. In ogni caso da vedere per conoscenza.

Ispettò… che voi, un caffè, un mostacciolo, un panino? Io non c’ho niente…

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