Rabid – Sete di sangue (D. Cronenberg, 1977)

Rose è vittima di un incidente, e viene operata d’urgenza da un chirurgo senza scrupoli: l’intervento che subisce è di natura sperimentale, e prevede tra l’altro un corposo trapianto di pelle. Dopo qualche tempo, la paziente si risveglia e qualcosa sembra essere cambiato in lei…

In breve. Capolavoro del terrore low-budget firmato Cronenberg prima maniera: una variante corposa al solito zombi-movie arricchito con degli elementi che hanno codificato il body-horror. Da non perdere, nonostante l’età.

MV5BNTQxMTA5Njk5Ml5BMl5BanBnXkFtZTcwOTEyODUyMQ@@._V1_SY317_CR4,0,214,317_AL_Rabid – Sete di Sangue” in mano a qualsiasi altro regista sarebbe stato l’ennesimo, relativamente inutile, rehash banalotto sui contagiati/morti viventi: in mano al canadese diventa un film irripetibile, ricco di originalità e con vari caratteri di innovazione rispetto al periodo. Questo perchè Cronenberg preserva solo alcuni aspetti tipici dei film sui “contagiati” (la diffusione implacabile della malattia, ed il senso di panico che induce nella realtà di provincia: uno dei riferimenti più pesanti sembrerebbe il semi-sconosciuto La città verrà distrutta all’alba di George Romero), ci mette tanto di proprio  – il body horror è quasi tutto qui – e decide di far fuori tutti gli altri stereotipi. Il risultato è uno dei più significativi saggi cinematografici sulla violenza “virale” dell’uomo sull’uomo.

Cronenberg aveva indicato Sissy Spacek per la parte ideale della protagonista, ma Ivan Reitman suggerì più brutalmente la pornostar Marilyn Chambers (ufficialmente l’accento texano di Carrie non era gradito alla produzione). Accettando questa sorta di compromesso, il risultato – forse non del tutto volontariamente – fu comunque eccellente. Rose è perfetta nell’interpretare la vittima che diventa carnefice, la crudele assassina nascosta sotto la maschera della bellezza, ed i suoi sguardi ambigui – uniti al senso di appagamento dopo ogni aggressione – la rendono addirittura iconica: tanto terrificante quanto attraente. Il pungiglione che fuoriesce dall’ascella di Rose, unito alla paziente che mostra un libro di Sigmund Freud, ha scatenato le più insulse e feroci – neanche a dirlo – masturbazioni mentali da parte della critica, che ha scomodato troppo spesso una sorta di psicologia spicciola. Non è questo il punto: Rabid racconta il declino dell’uomo, quello indotto dagli abusi folli della scienza, senza dimenticare che i corposi temi del film saranno ripresi ed approfonditi anche nel successivo Brood – La covata malefica.

Centrale in Rabid è la figura del chirurgo, ispirata in parte a film quali L’abominevole dottor Phibes e Horror Hospital: ma per Cronenberg lo “scienziato pazzo” è chi, per puro egocentrismo e sete di guadagno, farebbe qualsiasi cosa pur di restare nella storia. E non si tratta, attenzione, del piglio romantico e sognatore del protagonista de “La mosca“: l’azione è brutale, senza pensare alle conseguenze nè ai rischi, anzi accettandoli come catalizzatore delle azioni. Qualsiasi nota di ironia, di comico e di divagazione viene quindi  rimossa, e ne resta uno dei saggi più significativi dell’horror di quegli anni. Quasi nessun altro a ben vedere fu in grado di nobilitare a questi livelli un genere storicamente banalizzato e scopiazzato, soprattutto negli anni dei successivi z-movie a pioggia.

Se è vero, del resto, che i film di zombi vissero il proprio periodo di splendore in quegli anni – Zombi di Romero uscirà solo due anni dopo – e fermo restando che Rabid eredita da quel genere solo alcuni elementi, c’è da ricordare che quelle strutture narrative ed interpretazioni non furono sempre eccellenti, anzi. Cronenberg sceglie anche gli interpreti giusti, azzecca la storia da raccontare, soprattutto decide di non perdersi nei meandri che lo hanno reso noto come regista “pesante”: conosce il linguaggio dell’horror (cosa comune a molti), e sa declinarlo al meglio (cosa rara). Tra l’altro, avendo anche l’idea di attribuire la causa ad una causa semplice quanto credibile e spiazzante: non un laboratorio militare, non un gruppo di alieni, tantomeno il solito complotto governativo quanto una sperimentazione di chirurgia estetica. Society, Reanimator ed i loro numerosi quanto insulsi emuli devono moltissimo ad questo seminale capolavoro, penalizzato soltanto dalla qualità delle immagini effettivamente un po’ datate.

Dal contagio indotto sulla protagonista, l’infezione che rende le persone “aggressive per sopravvivere” si diffonde a macchia d’olio: questo permette a Cronenberg di sferrare il proprio attacco alla società delle apparenze, ed il suo ostentato cinismo. Il sesso in Rabid, poi, coincide con il massimo piacere che derivi assurdamente dal dolore, e solo Hellraiser e pochissimi altri horror hanno saputo esprimerlo tanto compiutamente. Tutto ciò è stato perfettamente programmato dal regista, che mostra il lato oscuro dell’uomo senza degenerare in discorsi vuoti e raccontando una storia diretta ed efficace. In quest’ottica, la rovina che incombe sulla comunità appare come un’auto-punizione che l’uomo mostra di meritare, per quanto imposta dalla volontà mitomane di un singolo. Un tema attuale anche oggi, tanto è grande la sua universalità, e declinato in modo diretto, scientificamente plausibile e privo di moralismi come solo Cronenberg è in grado di fare.

In lingua portoghese il film fu distribuito con un titolo forse fuorviante quale “Enraivecida na Fúria do Sexo” (pressappoco “Focosa furia sessuale“: e meno male che in italiano è rimasto “Rabid“, verrebbe da dire), e nonostante non sia affatto recente (1977) brilla della propria semplicità, candidandosi così – nella sua scientificità mai appesantita o logorroica – come uno dei migliori horror del periodo mai realizzati.

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