Hanno cambiato faccia (C. Farina, 1971)

Alberto Valle (Giuliano Disperati) è impiegato in una multinazionale, e viene convocato dal mega direttore galattico (cit.) ing. Giovanni Nosferatu (sic, interpretato da Adolfo Celi) in una villa in montagna: lo scopo dell’incontro è quello di offrirgli un singolare scatto di carriera. Nel suo cammino incontrerà una donna piuttosto libertina (Francesca Modigliani)…Suggestiva satira in salsa mystery che ironizza pesantemente sul consumismo, sulla mercificazione del tutto e sul capitalismo. Un cult che rivisita il mito del vampiro attraverso il mite impiegato Alberto (ottima interpretazione di Disperati, nomen omen), rielaborando molto abilmente la classica storia dell’irladese Bram Stoker in chiave moderna.

Sotto il mio controllo agiscono i capi, dottor Valle. Lei ha tutti i requisiti necessari… sa sparare?

Buon film di Farina in cui non manca nulla: l’horror (ma sono solo riferimenti), i personaggi ambigui, la popolazione locale misteriosa, la permanenza in casa dell’ingegnere-vampiro, i rumori notturni ed alcuni inconfessabili segreti. Il protagonista si muove indeciso, perennemente in bilico tra un mondo attraente di potere, influenza e – in generale – i “simboli del prestigio”, ed uno più alla mano e meno affascinante in cui esistono soltanto i bisogni essenziali (il sesso, prima di tutto, che viene rappresentato in ottica sessantottina come evento liberatore, e che la borghesia tende invece a reprimere). La copertina originale, riportata in basso, farebbe pensare ad una mera exploitation come tante altre, e non è escluso che i produttori abbiano schiaffato la Modigliani mezza nuda giusto per attrarre il pubblico meno politicizzato. Ad ogni modo, il film è denso di simbolismi legatissimi al periodo culturale di uscita della pellicola.

“Ricordate: a tu per tu, con Nosfera-tu” (pubblicità di anticoncenzionali)

Mostruoso il piano globale dell’ingegner Nosferatu: proprietario di diverse aziende, influenza i partiti politici, decide quali caroselli trasmettere (indimenticabile quello che pubblicizza un allucinogeno dopo aver mostrato un mènage à trois in salsa sadomaso), prende accordi segreti con chiesa, industriali e dirigenti. Egli ha progettato una villa iper-tecnologica in cui le poltrone trasmettono spot promozionali automatizzati, ed la pubblicità invade la sfera del privato (“attacco all’inconscio“) anche durante la doccia o l’amplesso (“il consumatore va aggredito quando meno se lo aspetta“). Il sottotesto, in questo caso, è fin troppo chiaro: Farina ha in mente di criticare apertamente il Sistema, facendo vedere cosa rischi chiunque osi opporsi allo status quo. Forse un po’ scontato fare questi discorsi oggi, ma il film sta in piedi ed avvince, ammesso che vi piacciano certe digressioni politiche (oggi si direbbe quasi anti-politiche) e che si contestualizzi il tutto al periodo in cui è uscito. Molto suggestiva la musica del film, infine, che ricorda per molti versi il leitmotiv della Trilogia della Morte di Lucio Fulci.

Il terrore, oggi, si chiama tecnologia (Herbert Marcuse)