Haze (2005, S. Tsukamoto)

Mediometraggio del visionario regista nipponico: claustrofobico ed illogico, puo’ essere utile per avvicinarsi allo stile del regista che qui “dimentica” parzialmente il cyberpunk per concentrarsi sulle logiche di sopravvivenza.

In breve: se pensate che “The cube” sia troppo banale, avete trovato un nuovo film da vedere. Per voi, e per pochi altri.

Un uomo si risveglia all’interno di un luogo buio senza ricordare nulla della sua vita passata, e senza avere alcuna idea di che razza di posto possa essere: oscuro, con un soffitto spiovente praticamente sotto il naso, senza uscita. Una bara gigantesca di cemento nella quale è difficile, se non impossibile, riuscire a venire fuori. Il motivo per cui l’uomo è stato rinchiuso lì non è dato conoscerlo con certezza: forse un maniaco lo ha rinchiuso lì dentro, forse è scoppiata una guerra ed è stato fatto prigioniero, forse una metafora delle metropoli giapponesi, alienanti e soffocanti (un’immagine molto cara al regista). Il labirinto è una visione pessimistica dell’esistenza, nel quale il protagonista tenta una fuga prima strisciando lungo un tubo con i denti (memorial delle scene iniziali di Tetsuo, evidentemente), poi seguendo i vari cunicoli che lo porteranno a vedere altri uomini imprigionati nell’orrido luogo, come lui quasi completamente nudi e, quel che è peggio, orrendamente massacrati non appena proveranno a fuggire. L’incontro con una donna gli cambierà l’esistenza, e lo convincerà che è necessario provare ancora una volta, nuotando nell’acqua…

Prendendo in prestito qualcosina da “The cube“, e facendo massacrare un po’ di comparse in pieno stile “The saw“, Tsukamoto confeziona un discreto mediometraggio che fa urlare al miracolo solo se si è avvezzi al genere, e farà esprimere imprecazioni in tutti gli altri casi. Con il suo consueto stile rapido, violento e così poco “occidentale”, il regista disorienta, mostra spezzoni di sequenze rapidissime quasi fosse un video musicale dell’orrore, e fa capire poco o nulla della trama per circa metà del film (45 minuti in tutto). Il rischio che il tutto venga etichettato come inutile sperimentalismo c’è ed è molto forte, ma Tsukamoto è questo ed è abbastanza difficile, se non impossibile, non accettare la sua visione delle cose.

L’unico barlume di razionalismo nella vicenda sembra derivare, solo nel finale, dalla storia tra l’uomo (interpretato dal regista stesso) e la donna: si tratterebbe, da quello che comprendiamo, di due amanti che ricordavano vagamente quello che avevano visto poco prima di essere sequestrati dal marito di lei, che sembra essere anche colui che li ha rinchiusi nella prigione. L’amnesia sembra essere dovuta al trauma subito, ma questa interpretazione lascia parecchi punti di dubbio ugualmente – ad esempio cosa ci facevano gli altri uomini che vengono poi fatti a pezzi?

Come nel miglior Lynch, per il regista le sensazioni suscitate contano più della trama stessa, e questo sembra essere quanto…

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Haze (2005, S. Tsukamoto)
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