Cube (V. Natali, 1997)

Un gruppo di persone si ritrova intrappolato in un enorme labirinto tridimensionale di forma cubica: numerose stanze comunicanti cosparse di trappole micidiali. Chi riuscirà a salvarsi?

In breve. Ennesimo cult più discusso che visto: un gruppo di persone cerca di trovare una via d’uscita da trappole mortali, alla ricerca di una spiegazione di quanto gli sta accadendo. Il piglio globalmente paranoide del lavoro, unito alla presenza di attori piuttosto sconosciuti, suggerisce una serie di sottotesti complottistici alla “chi più ne ha, più ne metta”: il governo, organizzazione segreta, alieni o chissà chi altro. Sarà l’applicazione della matematica, in parte, a suggerire una soluzione fino all’imprevedibile finale. L’inizio di The saw deve più di qualcosa a questo film, passato un po’ in sordina all’epoca ed enormemente creditore a molte altre pellicole.

“Il vostro vero nemico è dentro di voi…”

Gli stessi nomi dei personaggi, di fatto, evocano omonime prigioni come Quentin (San Quentin, California), Holloway (Inghilterra), Kazan (Russia), Rennes (France), Alderson (Alderson, West Virginia), Leaven e Worth (Leavenworth, Kansas). Questo suggerisce un senso di evasione dalla vita reale, logorata dalla monotonia e rappresenta un’umanità sfigurati, anonima, spesso senza motivazioni per andare avanti nella vita e letteralmente costretta a convivere con simili dei quali non importa un granchè. Il rapporto che si instaura forzosamente tra i protagonisti, ognuno con caratteristiche ben focalizzati, eredita le diffidenze de “La cosa” di Carpenter; al tempo stesso numeri primi, fattoriali, coordinate tridimensionali caratterizzano un film dall’andamento estremamente scorrevole, e con una durata inferiore alla media e senza che tutto questo appesantisca minimamente l’intreccio: ottimi anche i momenti di tensione, cosparsi con magistrale irregolarità in tutta la pellicola e capaci di sorprendere anche nelle visioni successiva alla prima. Molto scalto, peraltro, il regista Natali (il nome è italiano ma la sua origine è canadese), che raccontò all’epoca di uscita del film di aver filmato (e ovviamente distrutto) cosa ci fosse esternamente al cubo – nel seguito, secondo me non proprio all’altezza, si vede qualcosa a riguardo – facendo leva così sul pubblico più “credulone” ed alimentando varie teorie (nichiliste o new age che fossero) su cosa ci fosse davvero. Alla fine la cosa meno interessante da rivelare è proprio questa, in effetti: “The Cube” possiede la forza della fantascienza classica e l’incisività degli horror vecchio stampo, per generare un prodotto indipendente veramente memorabile per quanto non prevedibile. Successivamente Tsukamoto, tra l’altro, ha realizzato il suo Haze, mediometraggio estremo dal feeling simile ed apertamente ispirato a questo film di Natali, mentre in Italia l’interessante cortometraggio Pathos riprende le medesime tematiche con un linguaggio similare. Per i cultori dell’underground è un must, per gli altri dipende tutto dal tipo di film che si aspettano di vedere: se non sopportano degenerazioni paranoiche e teorie complottistiche, stiano alla larga a priori.

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