I spit on your grave (M. Zarchi, 1978)

Una giornalista (Camille Keaton, pronipote di Buster) abbandona il caos di New York al fine di chiudersi in una baita semi-isolata per scrivere un romanzo: il suo arrivo eccita gli animi di alcuni bigotti uomini del paese, che inizieranno ad infastidirla per poi violentarla crudelmente. Ma la reazione della donna non si farà attendere…

In breve. Autentica “mazzata” settantiana, che fa il proprio crudele effetto ancora oggi. Sei macro-sequenze al limite del sostenibile, si insiste un po’ troppo sulla violenza ma, quantomeno all’inizio, serve “solo” a creare i presupposti per la revenge. Un film prodotto ed interpretato in modo più che sufficente, e ricco di un potenziale sovversivo che, piaccia o meno, è ancora vivo e vegeto. Una riflessione sulla natura umana spesso banalizzata per via della sua forma iper-pulp, che non lascia respiro allo spettatore e con scene crudeli interminabili. Non per tutti.

I spit on your grave è un film terribile già dal titolo : “sputo sulla tua tomba” da’ l’idea di una maledizione permanente che si esplica, neanche a dirlo, sulla stessa natura umana, anche se in realtà richiama un dramma francese da noi noto come “Il colore della pelle“.

Di fatto l’alternate title preferito, a quanto pare, dal regista Zarchi – che si ispirò alla storia di una ragazza violentata che aiutò personalmente – sembra essere decisamente più espressivo: “Day of the Woman“, e questo perchè rappresenta meglio una tematica che emerge a chiare lettere nella seconda parte del film. Le scene di stupro – ben tre, una peggiore dell’altra – sono sottolineate da urla animalesche di individui con nulla di umano, paragonabili solo alle sevizie rappresentate qualche anno prima da Craven ne “L’ultima casa a sinistra“. Un quadro oscuro e pessimista, in cui l’ignoranza e la grettezza dei sempliciotti di paese emerge in una brutalità senza ragione, tanto che a confronto i sadici protagonisti de “Non aprite quella porta” sembrano quasi macchiette.

Di sicuro il pessimo titolo italiano “Non violentate Jennifer” (la versione italiana è circolata così: probabilmente per certuni sputare su una tomba è sconveniente, invitare a non violentare Jennifer no) finisce per fare da richiamo per un pubblico facilone e superficiale, e non riesce a rendere l’idea del tipo di pellicola che si ha di fronte. La quale mostra, certamente con eccessi e licenze “poetiche” molto politicamente scorrette, un diabolico contrappasso ai limiti del sostenibile.

Disturbante, iper-violento e cattivo fino all’eccesso: la quintessenza del rape’n revenge, in cui la trama è solo un semplice accessorio, o per ricordare le parole del critico Roger Ebert, il peggior film mai realizzato. Una definizione tutt’altro che amichevole per un classico dell’explotation – di recente è stato riproposto un remake, a quanto pare ancora più controverso – che mostra dove si possa spingere l’animo umano quando sottoposto a sofferenze immotivate, nello specifico quello femminile. Facendo con ciò pari coi rudi ominucoli che importunano la moglie del matematico in “Cane di paglia” di Peckinpah; anche lì una brutale reazione si ribella selvaggiamente alla natura inoffensiva e pacifica del protagonista.

Per il pubblico, dal canto suo, sarà immediato simpatizzare per Jennifer: carina, mite, gradevole nell’aspetto e parecchio misurata nei modi, si scontra con un mondo che sembra solo grossolano, ma in cui vige segretamente la legge del più forte. Questa empatia “incattivisce” progressivamente lo spettatore, che difficilmente troverà eccessiva la seconda parte rispetto alla prima oppure, cosa che è capitata durante le proiezioni, si ribellerà semplicemente al film stesso ed al suo micro-universo.

Un mondo, badate bene, rappresentato non semplicemente come maschilista e misogino, ma che non sa rinunciare a strumentalizzare i più deboli (ad esempio il più manipolabile Matthews), e che disprezza apertamente ciò che è Jennifer, al di fuori dell’aspetto fisico (vedi i fogli del suo embrionale romanzo, letti con tono di scherno e poi strappati dopo lo stupro). I tormenti dei tre psicopatici contro Matthews, inoltre, sono un contrappunto iper-sadico alle violenze perpetuate contro la ragazza e questo mostra, in modalità spinte al parossismo, gli effetti di una comunità provinciale chiusa e bigotta, che trova nella violenza gratuita l’unico sfogo possibile contro il proprio vuoto morale.

Fa riflettere, in effetti, come la sequenza del tentato stupro da parte del pazzoide Matthews, trattato perennemente come lo “scemo del villaggio” ma alla fine violentatore come gli altri, non sia presente nell’edizione italiana (non risulta essere doppiata). Ho pensato sul momento che così facendo si volesse far passare un messaggio meno negativo di quello che accompagna l’idea di Zarchi, dipingendolo come vittima costretta a commettere violenze – ma può anche darsi che la cosa sia semplicemente casuale o dovuta ad altri motivi.

Nonostante questo il messaggio sovversivo di “I spit on your grave” resta intatto, tanto più che il sempliciotto in questione chiama New York la “città del peccato”, mentre Jennifer chiede perdono in chiesa prima di effettuare la propria vendetta (altra sequenza non doppiata) e lo stupratore – mente del gruppo – non solo è un padre di famiglia, ma cavalca i più feroci e bigotti stereotipi sessisti, e lo fa addirittura per giustificare il proprio gesto di fronte alla vittima. Raramente, di fatto, il cinema di genere ha rappresentato dei cattivi tanto limitati mentalmente da risultare inquientanti di per sè: ed il fatto che alla fine Jennifer, giocando sulla loro ignoranza, emerga come anti-eroina della storia possiede un valore liberatorio a mio avviso universale, anche se non tutti – per la stessa natura del film – accetteranno facilmente queste conclusioni. Può anche darsi che l’intera rappresentazione sia fuori dal mondo, troppo romanzata o troppo vuotamente sadica da essere realistica: e senza giocare a fare i sociologi della domenica, a questo punto, resta il fatto che “Non violentate Jennifer” fa paura – e anche tanta – ancora oggi.

La cosa che turba maggiormente in “I spit on your grave“, in effetti, è che il tipo di riprese effettuate sembrano perennemente compiacersi della violenza rappresentata, e questo rimane un parere considerevole fin quando non scatta, per l’appunto, il contrappasso. A quel punto sembra quasi che qualsiasi cosa diventi accettabile, tanto che nel remake il regista pare abbia pesantemente rincarato la dose sotto questo aspetto (nell’originale Jennifer usa un coltello, nel successivo una cesoia arrugginita).

Non violentate Jennifer” non è esattamente uno di quei film che dovrebbero vedere tutti, anzi: parte del pubblico potrebbe rimanerne profondamente colpito in negativo, tanto più che la sua natura sembra nata apposta per scandalizzare richiamando, in un certo senso, l’avviso eclatante che compare all’inizio del celebre pulp-movie di Wes Craven: “Questo film è dedicato a tutti i giovani perché sappiano a quali pericoli possono andare incontro: il CRIMINE! la DROGA! la VIOLENZA!“. Rimangono le letture che vogliamo fare noi, i sottotesti reali e presunti e quant’altro: ma a quel punto entra in gioco la sensibilità dello spettatore, unico giudice della pellicola ammesso che abbia davvero la voglia di fare i conti con essa.

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I spit on your grave (M. Zarchi, 1978)
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