I spit on your grave 2 (S. R. Monroe, 2013)

Un’aspirante modella contatta tre fotografi per un servizio gratuito; giunta sul posto si rifiuta di spogliarsi davanti alla camera, e scoprirà di trovarsi in un incubo senza fine…

In breve. Secondo capitolo della saga creata da Zarchi di cui, almeno apparentemente, non vi era alcun bisogno. Nonostante tutto il film regge, e anzi supera ogni aspettativa: violenza molto esplicita al suo interno, non per tutti gli stomaci.

Il fatto che si sia trattato di un cult sostanzialmente unico nel proprio genere (per quanto non siano mancati thriller a sfondo analogo nella storia, alla Autostop rosso sangue) farebbe sospettare, un po’ dall’inizio e quale inestirpabile pregiudizio di fondo, che si tratti di una trovata commerciale evitabile quanto qualsiasi altro remake, reboot o improbabile prosieguo. Ma già guardando le prime scene si intuisce di avere a che fare con qualcosa di consistente: un thriller compatto, progressivamente disturbante e per niente banale. Soprattutto non un film fotocopia, bensì un lavoro che ha senso anche senza conoscere l’originale, che tenta di superare (pur senza disprezzarla) la narrazione iper-semplificata e l’amatorialità con cui venne girato I spit on your grave: qualcosa di più completo, insomma, pronto a farsi ricordare come uno degli exploitation più crudi degli ultimi anni.

Sorvolando sul remake dell’originale (2010, sempre dello stesso regista) su cui dovremmo aprire un capitolo a parte (o forse no), “I spit on your grave 2” possiede il pregio di non voler rivaleggiare con il film che ne iniziò il culto. Anzi riesce a rimetterlo in sesto, a non ricopiarlo alla buona, a ricrearne personaggi e situazioni e, addirittura, ad estenderne luoghi e narrazione senza, per questo, farne perdere credibilità. In questo contesto appaiono miratissime le citazioni, dirette e indirette, a varie pellicole del passato remoto e prossimo, tra cui è obbligatorio citare Buried, Hostel, L’ultima casa a sinistra e probabilmente anche Thriller – en grym film (per non dire il tarantiniano Kill Bill 2), citazioni di cui questo film di Monroe è cosparso.

Rievocare lo spirito del film originale ed il suo innato senso di shock verso lo spettatore sarebbe stato impossibile: Monroe sembra esserne consapevole, per cui evita i tuffi nel passato, non gioca allo snuff facile o banalotto e non disdegna qualche passaggio atipicamente mainstream. Questo avviene soprattutto nel finale, in un ritrovarsi tra personaggi già visto, forse non eccelso, di risolvere la vicenda. Se nell’originale era centrale l’autodeterminazione della vittima ed il suo bastare a se stessa, infatti, in questo episodio permane fondamentalmente quest’idea, seppur con qualche inevitabile variazione sul tema.

Lo spirito “puro” del film, quel suo voler shockare brutalmente un pubblico all’epoca quasi sprovveduto – parliamo di un originale del 1978, non dimentichiamolo – mostrando l’insostenibile dolore dello stupro, e la sua liberatoria fase di vendetta, è forse improponibile oggi: nell’era degli snuff in televisione anche lo spettatore meno malizioso sa cosa aspettarsi da un rape’n revenge. Nonostante ciò il film funziona, avvince e nella maggioranza dei suoi crudeli passaggi ed incolla alla poltrona senza pietà. Certo non si tratta di un film per tutti, se fosse necessario scriverlo, soprattutto per via delle tantissime sequenze pesanti, interminabili ed improntate su un fiero sadismo prima dato e poi restituito. Viene il dubbio se fosse davvero necessario esplicitare tutto questo.

Tolto qualche minuto “di troppo”, comunque, resta un buon film nel suo genere, certo improntato su una dose massiccia di cinismo e con storia e personaggi validi, oltre ad un paio di idee nuove: idee che magari non faranno saltare di gioia i puristi ma che, in media, non avrebbero sfigurato neanche nel controverso lavoro di Zarchi. Da un punto di vista cinematografico, l’operazione sembrerebbe riuscita.

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