Revenge (C. Fargeat, 2017)

Tre uomini e l’amante di uno di loro si ritrovano in una villa sperduta per una battuta di caccia: la donna, bellissima quanto frivola, attira le attenzioni facendo rapidamente degenerare la situazione.

In breve. Eccessivo e violento, si incentra sulla martirizzazione di un corpo femminile che sembra nato per l’eros: in questo, la Fargeat compie una nobile operazione anti-maschilista, filmando un’opera autenticamente sovversiva, che farà parlare di sè per buone ragioni. Per altri versi, pero’, il film non regge, e non è credibile come dovrebbe sembrare.

Nell’intero suo concepimento, e per come finisce per presentarsi al grande pubblico, questo Revenge sembrerebbe avere le carte in regola per essere considerato un film di livello: del resto, già solo l’inquadratura insistita e dettagliata che lo caratterizza (l’enorme deserto nella zona del Grand Canyon) è un biglietto da visita fin troppo eloquente. Sono anche chiari i modelli di riferimento che sono stati sviluppati: ovviamente Wes Craven (che sembra quasi ovvio, ma non era banale riprendere quei temi), ma anche probabilmente Lucio Fulci per alcune sequenze splatter (gli occhi trafitti da una lama, il cadavere che riemerge dall’acqua).

L’insieme di dettagli che caratterizza Revenge finisce, però, per risultare sconnesso, soprattutto per il suo insistere sui litri di sangue – sangue finto che, a quanto pare, durante la realizzazione del film fu sottostimato in termini di litri necessari. C’è talmente tanto plasma sgorgante in Revenge, insomma, che nemmeno in uno splatter puro: questo per molti è diventato un pretesto per far notare quanto poco fosse verosimile. Da un lato personaggi che non muoiono pur dovendolo fare, e soprattutto (a mio parere) la circostanza di sopravvivenza della protagonista è forse la meno realistica in assoluto. Peccato che sia da qui che si diparte il clou della trama, ed è questo che mi ha convinto meno di qualsiasi altra cosa.

LEGGI ANCHE:  La città verrà distrutta all’alba (G. Romero, 1973)

Coralie Fargeat è la regista (esordiente) alle prese con il modello del rape’n revenge, ad oggi considerato inaccettabile a priori da gran parte della critica e del pubblico; una regista donna che gira, con la piena consapevolezza dei propri mezzi tecnici ed espressivi, un film contro la mercificazione dell’immagine femminile, dando un ampio saggio della bellezza, innegabile, del corpo di Matilda Lutz. Se nulla, poi, in Revenge sembra casuale o “buttato lì”, troppo spesso la trama finisce per scontrarsi con la logica, distrando così dagli intenti più nobili, e anche solo dal semplice godersi il film. D’accordo che poi, in ambito exploitation, è consuetudine effettuare degli “azzardi” poco coerenti come sviluppo narrativo, e non bisogna dimenticare che Revenge è sostanzialmente un b-movie – per quanto realizzato “alla Tarantino” (ovvero: facendo elegantemente finta di avere pochi mezzi). Per cui la critica più razionale, per quanto lecita, finisce per doversi attenuare, un po’ per forza di cose un po’ perchè il film è apertamente impostato così.

Non c’è dubbio, comunque, che il film funzioni sotto vari punti di vista: la scelta dei personaggi è decisamente azzeccata, a cominciare dall’inaspettata protagonista (prima frivola e incosciente, poi determinata e feroce) a finire alle tre figure maschili, tre declinazioni di “orchi”, differenti tra loro per spessore e capacità. La regista sembra aver voluto creare un sano exploitation incentrato sugli stereotipi del genere, giocando sui consueti contraccolpi a sorpresa, e regalando al pubblico momenti violentissimi quanto frustranti (o liberatori) all’interno della trama. Del resto, chiunque abbia visto La casa sperduta nel parco, ad esempio, non dovrebbe avere difficoltà a riconoscere il modello che è stato seguito: i presupposti sono quasi identici – per quanto ci fosse maggiore credibilità, se non altro, nel lavoro di Deodato.

LEGGI ANCHE:  Vampires (J. Carpenter, 1998)

L’unico modo per visionare Revenge senza farsi trascinare da una critica inutilmente feroce, che il film a conti fatti non sembra meritare del tutto, è quello di farsi avvolgere dal clima puramente ottantiano che lo caratterizza, divertendosi anche a cogliere le citazioni cosparse nella pellicola (The descent, Rambo). Così e basta: bisognerebbe prendere la pellicola per quello che è. Sarebbe potuto essere qualcosa di meglio, forse, essenzializzando e rinunciando a simbolismi suggestivi quanto improbabili: l’insistere sulle tracce di sangue nel rapporto predatore-preda, soprattutto, che farà venire ai più sarcastici spettatori la voglia di fare un esposto all’Avis per tutto il plasma sprecato. E soprattutto: mai chiedersi – nel modo più assoluto, direi – come sia possibile che i personaggi sopravvivano e riescano a maneggiare armi quasi completamente dissanguati. Questo è un b-movie puro, nel bene e nel male – e finchè morte non ci separi.

Menzione particolare per la scelta delle musiche, infine, ispirate ai lavori tra gli altri di John Carpenter.

Titolo
Date
Name
Revenge (C. Fargeat, 2017)
Rating
31star1star1stargraygray