Il serpente e l’arcobaleno (W. Craven, 1988)

Il serpente e l’arcobaleno. La libertà e la dittatura, ovvero la vita e la morte, meglio ancora: il sottile confine che separa l’una dall’altra. Craven in questo film fa passeggiare i suoi personaggi – tutti ben costruiti e caratterizzati – perennemente in questa terrificante altalena: perchè spesso la morte non è che l’inizio, come ripetuto più volte durante lo svolgimento della trama.

Ad Haiti un antropologo americano – Bill “Stella Solitaria” Pullman – alla ricerca di una fantomatica polvere magica che farebbe resuscitare i morti, si trova invischiato negli intrighi politici che la gerarchia militare impone sulla povera gente del posto.
Il mito degli zombi viene sviscerato – neanche a dirlo – in una trama molto lineare che tuttavia si caratterizza per alcune fasi da vero incubo. Apparizioni di mostri improvvisi, resi ancora più spaventosi dall’approfondimento di una cultura distante dalla nostra, primitivista, occulta, capace di mescolare il voodoo al cristianesimo. La belva malvagia rappresentata altrove dal mitico Freddy Krueger è questa volta un feroce dittatore dedito alle pratiche di magia nera. Un connubio veramente ben riuscito, spaventoso ancora oggi. In alcuni momenti da sogno del film, ti aspetteresti l’arrivo proprio del crudele bidello sfigurato in volto: ma qui invece è tutto ancorato al realismo assoluto, e forse fa ancora più paura per questo.

In alcune fasi della trama ai limiti dello shockumentary, allucinante, visionario, bellissimo nella descrizione dettagliata dei peggiori incubi del protagonista: insomma cambiano molti ingredienti rispetto al celebre film precedente di Craven (Nightmare – Dal profondo della notte), ma la sostanza dell’incubo manipolatore dei sogni umani rimane la stessa. E c’è di più, perchè il regista mostra la liberazione finale da una feroce dittatura – entità maligna che arriva a manipolare la magia nera, con un piglio tuttavia mai pretenzioso e senza scadere nella facile retorica. L’identificazione del Potere con il Male ancestrale, che obbliga gli uomini alle peggiori efferatezze per preservare il comando, non diventa quindi una banale scusa per fare propaganda politica. Certo è che Craven si schiera, e riesce a farlo obbligandoti a guardare fino alla fine, mantenendo un tono che si addentra nella magia nera haitiana ma con un barlume di razionalismo di fondo (in fondo, potrebbe trattarsi di semplici morti apparenti sotto effetto di un potente allucinogeno “artigianale”).

Nella sua bellezza indiscutibile, un film ormai cult perennemente in bilico tra la vita e la morte.