Il serpente e l’arcobaleno (W. Craven, 1988)

Ad Haiti un antropologo americano – Bill “Stella Solitaria” Pullman – è alla ricerca di una fantomatica polvere magica che farebbe resuscitare i morti; presto si troverà invischiato negli intrighi politici del posto.

Nella sua bellezza indiscutibile, un horror politicizzato incisivo e potentissimo.

La libertà e la dittatura, ovvero la vita e la morte – meglio ancora: il sottile confine che separa l’una dall’altra. Craven in questo film fa dondolare i suoi personaggi in questa terrificante altalena: perchè spesso la morte non è che l’inizio. Il mito del voodoo e degli zombi viene sviscerato – neanche a dirlo – in una trama lineare che si caratterizza per alcune sequenza da vero incubo, quasi archetipiche dell’horror ottantiano. Apparizioni di mostruosità varie, rese ancora più spaventose dall’approfondimento di una cultura spaventosa, anche perchè distante dalla nostra, primitivista, occulta, capace di mescolare il voodoo al cristianesimo.

La belva rappresentata altrove dal mitico Freddy Krueger è questa volta un feroce dittatore dedito alle pratiche di magia nera, un villain perfetto per quello che simboleggia e per la cattiveria che emana. Un connubio ben riuscito, spaventoso ancora oggi, da cui molti dovrebbero prendere esempio. In alcuni momenti onirici del film ti aspetteresti l’arrivo proprio del crudele Freddy, ma in realtà tutto resta ancorato ad un realismo assoluto, e fa ancora più paura per questo. Cambiano gli ingredienti rispetto al precedente film (Nightmare – Dal profondo della notte), ma la sostanza dell’incubo manipolatore dei sogni umani rimane la stessa. E c’è di più, perchè il regista mostra la liberazione finale da una feroce dittatura – entità maligna che arriva a fare uso della magia nera – con un piglio mai pretenzioso e senza scadere nella facile retorica. L’identificazione del Potere con il Male ancestrale, che obbliga gli uomini alle peggiori efferatezze per preservare il comando, è un monito imparziale e sostanzialmente anarcoide contro qualsiasi forma di oppressione.

Certo è che Craven si schiera, e riesce a farlo obbligandoti a guardare fino alla fine, mantenendo un tono che si addentra nella magia nera haitiana ma con un barlume di razionalismo di fondo (in fondo, potrebbe trattarsi di semplici morti apparenti sotto effetto di un potente allucinogeno “artigianale”). Eppure: chi tra gli scettici avrebbe il coraggio di smentirli?

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Il serpente e l’arcobaleno (W. Craven, 1988)
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Originally posted 2013-06-19 13:12:09.