Leitmotiv settantiani: Tobe Hooper e Wes Craven

Vi sono diverse comunanze di tematiche associabili alla realizzazione delle pellicole horror durante 20 anni che hanno fatto un po’ la storia del cinema di genere come lo conosciamo oggi: sicuramente il cinema americano è stato decisamente prolifico in tal senso, e non si contarono le produzioni cosiddette “a basso costo” con le quale giovani esordienti registi realizzarono, senza neanche troppi riflettori ed effetti speciali, idee mai realizzate prima. I registi che presento qui sono tra coloro che osarono spingere oltre la rappresentazione dell’orrore sullo schermo, con modalità che provocassero reale angoscia nello spettatore e che, in qualche modo, convincessero della quotidianità dell’orrore stesso. Quindi, a differenza della sci-fiction che si concentrava su Godzilla o su lontanissime astronavi in orbita nello spazio, i seguenti registi raccontarono storie di uomini comuni, e – cosa a mio avviso interessante – non necessariamente introducendo elementi sovrannaturali.

TOBE HOOPER

Nel 1974 il professor Tobe Hooper (docente di college) organizza assieme ad alcuni studenti un film low-budget destinato a rivoluzionare il mondo dell’orrore: ovviamente si tratta de “Non aprite quella porta“, ispirato parzialmente al “macellaio di Plainfield” Ed Gein ed alle tristemente celebri “Dead skin mask” (maschere di pelle umana) che hanno ispirato, oltre al Norman Bates di Psyco, gli Slayer nel disco “Seasons in the abyss” nel 1990. I motivi principali che si consolidano in questa sede sono almeno due: la famiglia di psicopatici con parvenza di normalità (Leatherface è uno dei fratelli) ed il gruppo di studenti universitari in cerca di trasgressione ed avventure off-limit.  Appena tre anni dopo Hooper realizzò “Quel motel vicino alla palude“, nel quale Judd – un reduce del Vietnam – usa affittare camere del proprio motel e, non appena possibile, cibare dei suoi ospiti il coccodrillo che risiede nel lago poco vicino. Ancora una volta il suo cinema si concentra sugli aspetti sadici e puramente splatter della natura umana, ancora una volta con inquietanti adulti che infieriscono sui giovani (guarda caso che non è un caso, tra i principali spettatori di prodotti del genere). Nel film trova spazio anche il futuro Nightmare, ovvero un giovanissimo Robert Englund nei panni di Buck, assiduo frequentatore del motel assieme ad alcune ragazze. Ovviamente la produzione di Hooper non si ferma qui, e si segnalano almeno Poltergeist (demoniache presenze), del 1982,  l’ottimo episodio di Body Bags “L’occhio” del 1993 e The Mangler – La macchina infernale (1995).

WES CRAVEN

Coltissimo rappresentante del cinema horror americano (anch’egli insegnante) ed indiscusso innovatore del genere, principalmente per aver concepito tra i primi l’insistenza sui dettagli macabri (mentre, in altri casi, la telecamera glissava) e soprattutto per la figura l’ex bidello assassino Freddy Krueger: la sua produzione cinematografica è veramente sterminata, e non sempre riuscirà ad essere incisivo. Ad ogni modo esordiendo con il violentissimo “L’ultima casa a sinistra” Craven mostra un nuovo tipo di orrore, definendo quello che poi qualcuno chiamerà “rape-and-revenge“: ovvero film suddivisi in due parti contrapposte, nelle quali vi è la rappresentazione di scene di sopravvivenza ai limiti dell’estremo ed in cui, di solito, gli aguzzini diventano successivamente vittime e viceversa.

Un po’ come se la scena del tentato stupro de “Un tranquillo weekend di paura” rivivesse infinite volte durante la pellicola, mostrando come avrebbe reagito (per fare un esempio) il povero Bobby, armato di un grosso machete, dopo essere stato sodomizzato. Craven insiste moltissimo sui dettagli, non fa giochi di prestigio con gli spettatori e, peraltro, mostra cose abbastanza insolite per gli appassionati dell’horror classico: nella fase di rape gli aguzzini costringono una delle ragazze ad urinarsi addosso (!) oppure a fare sesso tra di loro. Questi momenti, specie se rapportati all’epoca in cui si videro, restarono decisamente più impressi, per fare un esempio, di quanto succeda nel momento in cui Krug incide con un coltello il suo nome sul petto di Mari. E’ l’oppressione mentale su due inermi giovani a farla da padrone, il che negli anni 70 non poteva che assumere una certa valenza di tipo politico e sociale. La seconda parte dell’opera è, invece, liberatoria revenge enella quale, secondo alcuni con modalità poco credibili, i genitori di una delle ragazze si imbattono nel gruppetto di maniaci ed architettano una vendetta ferocissima, che contraddice grottescamente la loro parvenza di “brave persone della porta accanto”. Il leitmotiv fondamentale dell’opera, alla fine, riguarda la naturale crudeltà dell’uomo sull’uomo (nello specifico, anche sulla donna): a risultare sgradevole è la sua tendenza ad essere lupo del proprio vicino e, cosa ancora più importante, il fatto che agiscano in quel modo senza un vero perchè (nella prima parte). Craven coniuga qui un sostanziale pessimismo che prende le distanze da chiunque (dalle autorità che cercano, in modo vano, di trovare le ragazze, dagli aguzzini e dai borghesi) e che ha creato un cult forse un po’ sopravvalutato globalmente, ma decisamente efficace anche oggi. Queste tematiche verranno riprese dal regista nel 1977 con “Le colline hanno gli occhi“, dove ancora una volta uscirà fuori una complessiva vena follemente sadica da parte di tutti i protagonisti, si mostrerà la capacità umana di adattamento e sopravvivenza nelle situazioni più inverosimili e, tra ‘altro, verrà consolidato lo stereotipo della famiglia che si smarrisce in una località sperduta ed incontra, per propria sventura, giusto un gruppo di cannibali. Per ben due volte Craven suggerisce che il male si combatte (la revenge lo dimostra), ma che al tempo stesso è inutile pensare di estirparlo completamente, come del resto la saga di Nightmare ha insegnato. Freddy Krueger è un bidello pedofilo che viene brutalmente assassinato dai genitori degli alunni, e che torna in vita nei sogni dei ragazzi per distruggerli fisicamente. Se la metafora di abbattere i sogni giovani appare un po’ scontata, bisogna considerare che anche qui vi è il tema dell’oppressione di un “vecchio” crudele su giovani inermi. Tra gli altri film di Craven, meritano un posto d’onore “La casa nera” (che tratta di razzismo) e l’inquietante “Il serpente e l’arcobaleno” (in aperta polemica con il regime di Haiti), dalle tematiche quindi sfacciatemente politiche.