La casa nera (W. Craven 1991)

Un ragazzino afroamericano (Brandon) di classe sociale disagiata si lascia convincere da un amico della sorella (Leroy) a commettere un furto in una villa: il gesto è deprecabile ma le sue motivazioni sono nobili, in quanto necessita dei soldi per pagare le cure alla madre gravemente malata. Inquietanti presenze si nascondono all’interno della lussuosa abitazione, mentre i padroni di casa sono completamente fuori di testa…

In breve. Craven un po’ sottotono rispetto alla media, comunque artefice di un lavoro intrigante, con molta tensione al proprio interno e piuttosto lineare. Il tono da favola horror che caratterizza la pellicola rischia di essere frainteso, da parte di qualcuno del pubblico, come mera superficialità e colorazione semplicistica: rimane comunque un buon film con poco splatter e permeato di aspra critica sociale. Finale che più catartico non si può…

Sostanzialmente si tratta di una favola nera, un racconto che potrebbe essere stato adattato da una storia classica di orchi malvagi e che, per certi versi, dinamiche e battute facili, richiama le avventure per ragazzi alla Goonies. Questo ovviamente non deve assolutamente farvi credere che si tratti di un film per famiglie, dato che di scene piuttosto disturbanti ce ne sono e, di fatto, sono i rapporti tra i personaggi che riescono a risultare paurosi di per sè. Da un lato, infatti, una famiglia povera di afro-americani, di cui il più giovane figlio si lascia convincere dalla “cattiva compagnia” di turno a compiere un furto per pagare le cure alla madre, malata di cancro. Dall’altro, in un conflitto magistrale che attanaglia ed avvince lo spettatore, una coppia di coniugi razzisti – in realtà si tratta di fratello e sorella – i quali, emuli della strega cannibale di Hansel & Gretel, rapiscono ragazzini e li fanno crescere di stenti come se fossero degli animali, arrivando a mutilare coloro i quali non considerano “figli perfetti”. Unica notevole eccezione è la giovane ed insicura Alice (sic, come quella nel Paese delle Meraviglie), totalmente succube dell’autorità dei due adulti, fornita di una candida cameretta ma costretta a vessazioni ed umiliazioni continue.

Vedere “La casa nera” è un’esperienza consigliata per il pubblico generalista di horror ed un must per i fan di Craven: un film forse non eccelso o indimenticabile, direi da “seconda serata sulle televisioni commerciali”, certamente di buon livello e con tanto di finale ottimistico. Una cosa, quest’ultima, che potrebbe risultare piuttosto weird per chi sa bene quanto sia allergico all’happy end Wes Craven, e comunque costruita con grande abilità narrativa. Di fatto ci troviamo sulla media del genere: scene di sangue appena sopra la soglia del sopportabile, buon livello di tensione mentre a livello di contenuti l’ex professore non le manda a dire. Infarcendo infatti la trama di elementi di polemica politico-sociale – e, aggiungerei, di critica ferocissima al capitalismo ed al razzismo, spesso dalla facciata rispettabile – il regista di Nightmare ha proposto una piccola perla nel suo genere che richiama lo spirito del cult Society di Yuzna, pur essendo quasi del tutto privata della componente più gore di quest’ultimo.

Di fatto “People under the stairs” – titolo originale e decisamente più suggestivo dell’anonima <<abitazione oscura>> della versione italiana – è un ritaglio di quello che l’ horror americano non sarebbe mai più stato: uno scorcio di buon cinema del terrore anni 80, a quel tempo ormai agli sgoccioli, sporco, venato di humor nero, forse semplicistico per certi versi e morboso al punto giusto, capace sia di focalizzare l’attenzione su aspetti seri (su tutti, le conseguenze e le motivazioni di un’educazione repressiva, cosa che peraltro avviene anche ne “L’ultima casa a sinistra“) che, come accennavo poco fa, di tenere lo spettatore saldamente inchiodato alla poltrona. E quando i due rapinatori rimangono intrappolati nella casa che avrebbero voluto scassinare, con un feroce rottweiler alle calcagna, è un’esplosione di orrida claustrofobia a cui è davvero difficile rimanere indifferenti.

Curiosi, a mio avviso, i parallelismi che si possono proporre tra “La casa nera” e Pulp Fiction (che pero’ uscirà tre anni dopo): a cominciare dalla ristrettezza dell’ambiente interno/cantina dell’armeria del film di Tarantino, località in cui i personaggi si trovano quasi per caso, a continuare con la sensazione di trappola mortale che coinvolge direttamente gli spettatori, passando per lo spiccato realismo della violenza e, come se non bastasse, per la mitica tuta nera indossata dal maniaco padrone di casa, identica a quella dello storpio torturatore di Marsellus Wallace. Certo il richiamo potrebbe essere del tutto casuale (e sarebbe stato fatto da Tarantino verso Craven, ovviamente), mentre resta il fatto che Ving Rhames interpreta sia il sadico Wallace che il povero Leroy, rimanendo quantomeno come richiamo visuale suggestivo tra due pellicole piuttosto diverse tra loro.

Forse Craven ha badato troppo all’aspetto socialmente critico, rischiando così – come mai avviene nei lavori di Romero – di far perdere mordente alla trama, mentre di per sè l’ ossessione per il messaggio politico non è neanche troppo originale per il cinema di questo tipo: senza che stia qui a snocciolare esempi, la critica alla famiglia pseudo-buonista la troviamo già in Hooper a più riprese, e proponendola nuovamente negli anni 90 si rischia di scivolare nel già sentito. Buona, comunque, l’idea di trasporre l’incubo quasi esclusivamente dal punto di vista del giovanissimo protagonista, il che conferisce un tono avventuroso alla pellicola che, a livello di intrattenimento, di sicuro non guasta. Immancabile, infine, l’omaggio a Nightmare esplicato nella preghiera pronunciata dai due terribili protagonisti.