La notte dei morti viventi (G. Romero, 1968)

La radiazione emessa da un satellite precipitato (o un asteroide) sembra aver causato il risveglio dei morti, i quali tornano a camminare e cercano carne umana di cui cibarsi. Un gruppo di persone si ritrova casualmente dentro una casa nella speranza di sopravvivere…

In breve. Masterpiece dell’orrore, un capolavoro senza tempo che ha “dettato legge” per almeno quarant’anni, in un mare di cineasti emuli – a volte dichiarati, a volte no – che hanno cercato, raramente con successo, di imitarne le qualità. Sinistro, politicamente schierato (e vagamente satirico in certe rappresentazioni), almeno dieci anni avanti su quello che divenne un modo consolidato di raccontare storie dell’orrore e di fare splatter. L’ultima mezz’ora, in particolare, è una sequenza incalzante e piena di tensione forse tra le meglio riuscite della storia dell’horror.

Successo indiscusso di cinema indipendente, primo film di Romero e primo girato a Pittsburgh: con il suo sangue posticcio fatto con cioccolato fuso (di marca Bosco Chocolate Syrup), con gli zombi che non vengono mai chiamati per nome (al massimo “quei cosi”, “those things“), con le accuse che mossero al film alcuni fondamentalisti cristiani di essere “di ispirazione satanica” (per via della bambina-zombi che aggredisce la madre e per le scene di cannibalismo in generale), con la sua carne umana emulata da prosciutto arrosto (ovviamente ricoperto di cioccolato!), “La notte dei morti viventi” è la summa del modo artigianale di fare cinema che ha finito per ispirare un intero filone estremo. Inizialmente l’idea era di fare una sorta di sci-fi con presenze aliene, o comunque di esseri umani posseduti da un virus extraterrestre: successivamente si optò per modificare la storia, che ovviamente risente tantissimo di un grande classico del cinema di fantascienza apocalittica quale “L’ultimo uomo della terra“, senza contare “Occhi bianchi sul pianeta Terra” ed il cult dichiarato “Carnival of souls“. La causa reale del contagio, diversamente da quanto avverrà in seguito negli zombi-movie, viene solo ipotizzata come legata alla caduta di un satellite NASA di rientro da Venere, ma le vere cause non vengono chiarite, mentre Romero ci tiene a mostrare autorità militari molto reticenti a parlare chiaro a riguardo.

Un film storico, intenso e bellissimo, ricco di dettagli splatter e di una regia magistrale, senza contare il cinico e nichilista finale in cui si mostrano semplicemente delle fotografie a mo’ di fermo immagine. La fiducia nel genere umano è davvero molto poca, l’ultima vittima viene sparata a vista e trascinata fuori con ganci da macellaio: un pieno di cinismo e cattiveria con cui George Romero allerta il proprio pubblico – shockandolo in abbondanza – dai pericoli della diffidenza reciproca, del razzismo e dell’intolleranza. I personaggi “umani”, dal canto loro, sembrano vivere la storia in un’incoscienza quasi completa, cercando disperatamente di difendersi come possono ma, di fatto, ampiamente narcotizzati e spiazzati dalla situazione imprevista (e infatti muoiono tutti, uomini, donne e bambini). Notevole, poi, il senso simbolico conferiti a radio e televisione, strumenti di comunicazione di massa che diventano vitali per ricevere indicazioni per la sopravvivenza, anche a costo di non seguire il suggerimento del più odioso dei personaggi del film, ovvero restare in cantina – il che paradossalmente sarebbe stata una buona idea.

Notevole, poi, la soddivisione dei ruoli all’interno del gruppo di survivor, che sembra suggerire la divisione in classi sociali in perenne conflitto del mondo reale: da una parte chi cerca di impegnarsi finisce per essere fregato, anche se – in pieno spirito nichilista – anche chi si fa gli affari propri a spese altrui non finisce meglio (Karl Hardman nella parte dell’opportunista Harry). Indimenticabile, poi, la figura dello sceriffo del posto – con tanto di cinturone di proiettili ben in vista, che capitana una banda di cittadini comuni armati fino ai denti e a caccia di “cosi” viventi: un crudele simbolismo che vuole indicare la grettezza dell’americano medio, probabilmente molto più di quanto non facciano i “walker” stessi. Un film ancora oggi attualissimo, se non fosse per il bianco e nero che lo rende “vecchio” per gli spettatori di oggi: per tutti i fan dell’orrore è un capitolo imperdibile firmato da uno dei migliori registi splatter in circolazione.

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La notte dei morti viventi (G. Romero, 1968)
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