L’estasi del complotto: Bugonia e il paradosso del reale secondo Lanthimos

Di fronte all’opera di Yorgos Lanthimos, tentare un approccio riduzionista è un esercizio vano, quasi pericoloso. Con Bugonia, il regista greco firma un’opera complessa e ferocemente attuale che potremmo definire “moderna” piuttosto che post-moderna, per la sua capacità di collidere frontalmente con i temi del nostro tempo senza il filtro dell’ironia distaccata.

Bugonia è un film complesso ma al tempo stesso attuale, potremmo dire moderno (e non post-moderno), incentrato sulla discussione di numerosi temi di attualità. Chiaramente la storia dei due complottisti americani che decidono di rapire la CEO di un’industria farmaceutica è solo – si fa per dire – una metafora per discutere criticamente di scientismo: la tendenza, diffusissima negli ultimi anni (specie nel cosiddetto occidente), ad attribuire alle scienze dure la totalità della conoscenza, come se le materie STEM fossero più che sufficienti a spiegare il reale. Cosa sia davvero il reale, poi, rimane da discutere: specie se a delineare i primi passi della trama sono due fratelli che aderiscono, a quanto capiamo, pienamente alle teorie del complotto sugli UFO.

Bugonia è un gioco di specchi, un rimando continuo di paradossi innestati, commentati da una atipica colonna sonora: il compositore Jerskin Fendrix è stato istruito da Lanthimos senza vedere alcun girato neanche parziale, e senza conoscere la trama, ma sulla base di quattro parole chiave: “Api. Seminterrato. Astronave. Emily calva.“. Il che potrebbe ricordare i deliri contenuti nell’opera di Daniel Paul Schreber “Memorie di un malato di nervi”, e ricordare a noi quanto conti, per la regia, l’aspetto psicologico dei personaggi. Tratto da una misconosciuta opera del 2003 girata dal regista sudcoreano Jang Joon-hwan – dal titolo Jigureul jikyeora! –  Bugonia racconta la storia dei fratelli Teddy e Don, uno neurodivergente e l’altro complottista convinto, i quali tramano un piano apparentemente folle: rapire e imprigionare Michelle Fuller, CEO di una multinazionale farmaceutica colpevole, a loro dire, di aver fatto ammalare gravemente la madre. Stando allo script scritto da James Price, i due fratelli avvertono Michelle come una minaccia alla loro stessa esistenza: al punto che si castrano chimicamente, prima di effettuare l’operazione, al fine di prevenire la possibilità di farsi sedurre dalla donna.

La logica narrativa di Bugonia prevede numerosi twist narrativi, a partire dalla realizzazione di un improbabile rapimento: ma anche qui c’è da fare i conti con la realtà delle cronache mondiali, in cui molto spesso l’uomo comune (e non il leader politico, ad esempio) diventa protagonista di episodi clamorosi (Luigi Mangione e Theodore Kaczynski, ad esempio). In altri termini Bugonia sembra voler raccontare come la storia possa cambiare in modo imprevedibile anche partendo da circostanze apparentemente ingenue: sembra improbabile che Don e Teddy possano riuscire nell’impresa, eppure ci riescono. Sembra altrettanto improbabile che possano perseguire nello scopo, eppure proseguono – e il film regge al netto di questo sovraccarico di improbabilità. L’ultimo colpo di scena di Bugonia viene suggerito dalla scenografia: l’ufficio di Michelle è letteralmente un’astronave, i complottisti avevano ragione e il pubblico rimane spiazzato dal plot twist per eccellenza. La capacità di sorprendere nel cinema è da tempo messa in discussione, e con questo Bugonia Lanthimos sembra voler mettere le cose a posto, una volta per sempre.

Per addentrarci nel nucleo narrativo di Bugonia senza tradire la sua natura di labirinto psicologico, dobbiamo immaginare la storia non come una successione lineare di eventi, ma come un processo di radicalizzazione, di accelerazione morale – inseguendo un ideale che, di per sè, potrebbe essere vano o inesistente. Sulla carta i due improbabili protagonisti vorrebbero salvare il mondo da una pericolosa invasione aliena, catturandone la regina al fine di ricattarli. Ciò che viene suggerito è che – alla faccia di qualsiasi idea scientista – la cosa potrebbe essere non solo possibile, ma realistica.

Al tempo stesso vengono delineate le contraddizioni insite nel modo di pensare complottista, secondo la più classica delle ipotesi di complotto: quella sugli UFO. La vicenda ha inizio nel perimetro soffocante di una provincia americana: Teddy e Don, due fratelli legati da un rapporto simbiotico e disfunzionale — l’uno intrappolato nelle maglie della neurodivergenza, l’altro nella paranoia ideologica — covano entrambi un odio profondo verso il sistema. La loro verità è cristallina: la madre è stata ridotta a un vegetale da una cospirazione aliena che opera attraverso le grandi multinazionali del farmaco. L’obiettivo da colpire diventa è Michelle Fuller, la CEO di una potente azienda farmaceutica. Dal loro punto di vista Michelle non è solo una manager spietata; è una predatrice interstellare che nasconde una natura rettiliana sotto completi di alta moda e un piglio da leader globale. Il rapimento non è solo un atto criminale, ma l’urto tra due mondi che non hanno più un linguaggio comune per comunicare.

Convinti che la Fuller possieda poteri di seduzione sovrumani (capaci di piegare la volontà maschile), i due fratelli procedono all’autocastrazione chimica, al fine – secondo loro – di proteggersi. È un vero e proprio sacrificio rituale dai toni mistici: per sconfiggere il “mostro”, devono rinunciare alla loro umanità biologica e diventare puri strumenti di salvezza. L’azione si sposta nel seminterrato di Don, un non-luogo che diventa il centro di gravità del film. Michelle viene rapita e segregata in questa prigione improvvisata, dove i confini tra interrogatorio e tortura psicologica si sfaldano.

A questo punto il film gioca con l’interpretazione soggettiva dello spettatore (e in questi potremmo dedurre che Bugonia sia un film incentrato soprattutto sul soggettivismo):

  • La versione di Michelle: una donna razionale, spaventata, che tenta disperatamente di ricondurre i suoi carcerieri alla realtà scientifica e logica.

  • La versione dei fratelli: Vedono ogni suo gesto, ogni sua lacrima, come una messinscena calcolata, un trucco alieno per manipolarli.

Il contrasto è stridente: da una parte lo scientismo rassicurante della CEO, dall’altra il fervore mistico-complottista dei fratelli. In questo segmento, Lanthimos ci costringe a empatizzare con la vittima, facendoci percepire Don e Teddy come tragici folli.

Il climax ci porta fuori dal seminterrato, verso il quartier generale della multinazionale. I fratelli, ormai convinti che l’invasione sia imminente, penetrano nell’ufficio privato di Michelle. È qui che Lanthimos compie il suo gesto sovversivo definitivo.

L’ufficio non è un tempio del capitalismo STEM, ma una sala di comando aliena. Le pareti si riconfigurano, la tecnologia diventa incomprensibile, l’architettura stessa si rivela essere parte di un’astronave. La paranoia di Don e Teddy non era una distorsione della realtà, ma una visione profetica che la società “normale” non era stata in grado di decodificare. Il film si chiude non con la restaurazione dell’ordine, ma con la conferma che l’assurdo è l’unica chiave di lettura corretta per il mondo moderno.


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