Lo squartatore di New York (L. Fulci, 1982)

Lo squartatore di New York si colloca al top della visione lugubre, pur non essendo un horror nel senso “classico” del termine. La paura viene crudelmente indotta da un uomo, uno dei tanti della folla, che tenta – in modo completamente perverso – di uscire dall’omologazione esplicando gesta violente ed insensate. Il personaggio è ferocemente misogino, in particolare contro le donne particolarmente belle: la voce di Paperino che imita al telefono è già cult di per sè.

In breve: tremendamente violento ed assai esplicito, specie negli inserti tagliati e reinseriti nella versione DVD. Uno dei Fulci più disturbanti e spaventosi di sempre.

Pellicola consumata dal tempo, e si vede. Atmosfera pienamente anni 80. Nella prima scena vediamo un uomo dall’aria semplice, ancora assonnato, portare il proprio cane per una passeggiata. Dopo pochi secondi primo piano sul suo sguardo terrorizzato: l’animale ha riportato, invece del bastoncino, la mano femminile di un cadavere. Inizia così, con il ritrovamento di un morto, in modo peraltro similare a quanto visto nella prima scena di “Non si sevizia un paperino”. Nella New York enorme ed alienante degli anni 80 esplode così un conflitto tra amore e sesso, tra istinto e alienazione: ed esso si esplicita con grande forza espressiva nella scena in cui una moglie borghese, annoiata dal marito ed alla ricerca di emozioni forti per scuotersi, si fa tentare da una relazione con due portoricani. Nel momento esatto in cui ammette davanti a se stessa ed al mondo la propria frustrazione, con un “colpo di frusta” tipico del cinema fulciano, viene umiliata pubblicamente dai due. Queste scene sono significative e maledettamente paurose esattamente come le scene più violente: l’omicidio della donna mediante torture descritte con manìa di dettaglio (con occhio e capezzolo tagliato con un rasoio) è un esempio talmente forte da far ritorcere l’accusa di misoginìa sul regista. Il taglio dell’occhio femminile, che potrebbe richiamare l’accecamento de “L’aldilà” (quindi anche dello spettatore), diventa dunque costante nella poetica del regista romano.

“Lo squartatore di New York” non ha una trama solidissima, eppure si configura come uno dei più celebri polizieschi all’italiana (sembra mancare soltanto Thomas Milian), dallo stile riconoscibile e dai personaggi fortemente caratterizzati: momenti di alta teatralità ad altri di violenza molto cruda si alternano in modo francamente insolito per un film del genere. Leggendaria, poi, la figura del medico dell’autopsia, che verrà tristemente imitata nel seguito in molte altre opere simili (o pretese tali). Sì, perchè “Lo squartatore di New York” non soltanto esce sostanzialmente vittorioso dal revival anni 70/80 che oggi va tanto di moda, ma possiede un messaggio profondo trascurato da più: il male di oggi è la solitudine, e la violenza è il frutto della mancanza di dialogo e del perbenismo di facciata che ci viene spesso imposto come modello di vita perfetto.

Forse nella scena meno ricordata di tutte, presi com’eravamo a criticare gli eccessi ed il gore, Fulci inquadra una villa dall’esterno facendo sentire i gemiti di un amplesso. Contrariamente a quello che ci aspetteremmo, pero’, non si tratta altro che di registrazioni audio che un marito ha fatto fare alla propria moglie. Un uomo ormai alienato, incapace di amare in qualsiasi senso, solo e capace di rimpiangere la propria donna quando ormai è troppo tardi. Il pessimismo di Fulci si spinge ad alienare totalmente persino un rapporto sessuale, anche se basato sulla pura istintualità di due persone (vedi rapporto tra prostituta ed immigrato greco). Tutto il sesso che abbonda nel film, se ci fosse bisogno di ribadirlo, è una perversione innaturale che provoca più dolore che piacere. Un’umanità completamente lacerata, dunque, che fa temere il peggio per il futuro se si perdono d’occhio i sentimenti verso le persone care. Perfino il tragico finale, con la bambina malata che telefona disperatamente al padre che non può più rispondergli, ci ricorda esattamente questo.