Martyrs (P. Laugier, 2008)

Nelle prima scene assistiamo alla fuga di una bambina da una fabbrica abbandonata; vediamo la sua successiva accoglienza in un orfanotrofio e, diversi anni dopo, la vediamo da adulta irrompere in una casa armata di fucile a pompa. Mentre l’amica di sempre si affretta a raggiungerla una domanda inizia ad assillare lo spettatore: per quale motivo la ragazza sta agendo così?

In breve. Singolare storia thriller ad innesco multiplo, convulsa ed avvincente e ricca di momenti decisamente forti (non sarà facile guardarlo per intero). Il punto da focalizzare non è tanto nell’osare o nel trasgredire chissà quale tabù, quanto nell’immettere in circolo un messaggio molto preciso e, a suo modo, ancora rivoluzionario. Il “gioco” di Laugier sembra essere quello di estremizzare ad ogni costo l’idea di martirio: A serbian film si è spinto anche oltre, ma qui non si scherza neanche.

Non faccio neanche parte dell’elite che scrive sui magazine e forma gran parte delle opinioni sui film; tantomeno mi piace cercare sottotesti quando non ce ne sono, anche se – senza una vera consapevolezza – della volte finisco per farlo ugualmente. Per queste ragioni vorrei improntare la mia recensione instradandola sui giusti binari da subito perchè, credetemi, le cose da evidenziare sono tante, ed è molto facile divagare e perdersi in discorsi futili. Per analizzare Martyrs, ovviamente dopo averlo visto, mi sono basato su un’intervista a Laugier disponibile ancora oggi su Youtube, che parte da un’osservazione fondamentale: da Scream in poi, piaccia o meno, è nata una corrente di horror che (triste da riconoscere) sembrava non credere più alle storie che raccontava. A differenza dei classici dell’exploitation anni ’70, della corrente satanica e di poche, lodevoli eccezioni, la rappresentazione del terrore è diventata più “popolare”, più legata a stereotipi di genere ed a situazioni facili da prevedere, in molti casi.

Questo mi pare fondamentale per capire appieno lo spirito di “Martyrs“; in molti altri film si era fin troppo consapevoli che si trattasse di finzione e questo, secondo il regista, ha contribuito a smaliziare il pubblico e a renderlo (aggiungerei) particolarmente maleducato – nel senso di “non educato al Cinema“. La reazione a questo malessere, legato a problemi personali del regista, è stata la stesura di questa allucinante storia – e con risultati del tutto positivi. “Martyrs“, a dispetto di chi ne ha criticato la violenza gratuita manco fosse il più insulso dei naziploitation, è un horror particolarmente complesso nel suo concepimento e, forse proprio per questo motivo, facile preda di banali critiche nazional-popolari quanto a ben vedere affascinante. Spero perdonerete qualche inevitabile spoiler che, vi garantisco, per una volta non toglierà affatto il gusto della visione.

Andiamo per ordine: il regista francese Laugier – che qualcuno ricorderà per “Saint Ange“, lavoro parzialmente sulla falsariga di The ward e Session 9 – è partito da uno scenario piuttosto tipico nel cinema di genere (una storia di vendetta), per poi sviluppare la trama su altro mediante una sequenza di colpi di scena uno più devastante dell’altro. E sa farlo, questo è innegabile. E dire che la storia, al di là dei minuti iniziali, si sviluppa con un caso di “già vista” violenza casalinga apparentemente senza una ragione, che finisce solo per fare da inquietante preavviso per il pubblico.

Laugier ha svolto un eccellente lavoro di ricerca etimologica sul “martirio” e sulle sue implicazioni di significato (oltre che di resa cinematografica vera e propria), rimane vero e verificato che il pubblico dell’orrore tende ad realizzare il potenziale culturale del proprio genere solo in casi circoscritti (Cronenberg, ad esempio). Quindi, per quanto possa apprezzare Cronenberg e la sua profondità concettuale, o anche solo “divertirsi” con mostri, serial killer o famiglie dedite al cannibalismo (anche qui il rischio banalizzazione è dietro l’angolo, come detto all’inizio), difficilmente riuscirà ad accettare un film come “Martyrs“. Che di una violenza considerevole non fa mistero, ma la usa sempre in modo funzionale al titolo: il martirio possiede una connotazione quasi liberatoria, pura, angelica, tanto da renderlo realmente inquietante come pochi altri titoli. Un qualcosa che riprende, a livello di linguaggio, la tradizione dell’orrore pulp e low-cost, quello che va bene a patto che sia realistico (Le colline hanno gli occhi, L’ultima casa a sinistra), prendendo le distanze dall’horror più scanzonato o “fumettaro”.

Specialmente in tempi di crisi generalizzata come quelli che viviamo, il pubblico ha poca voglia di speculare e riflettere su ciò che ha visto – e tanta di cannibalizzare pellicole giusto per “fare numero”, per cui quando un film come questo ha qualcosa di serissimo da raccontare, non importa niente a nessuno (o quasi). La regia è solida, la sceneggiatura non fa una grinza e le interpretazioni sono ineccepibili: Martyrs possiede un ritmo da film perfetto, ma per capire appieno quello che si è visto occorre pazientare un’ora e mezza, e a quel punto non sarà facile non distogliere lo sguardo.

La violenza che sprigiona da circa la metà dei fotogrammi padroneggia e domina lo spettatore, mostrandogli sangue, umiliazioni e sottomissione psico-fisica che, come si scoprirà, sono dovute ad una vera e propria setta religiosa che finalizza la sofferenza del martirio, per l’appunto, alla ricerca dell’Aldilà e a spese delle povere vittime.  Se state pensando ad Hellraiser – il dolore per sublimare il piacere – siete quasi sulla giusta strada, in effetti, anche se qui le conseguenze sono spinte in modo molto più contemplativo, realistico e profondo di quanto non avvenga nel capolavoro di Barker. In tal senso i paragoni con Hostel di Roth sono fuori luogo (qualcuno ha equivocato in tal senso, in effetti) se non per la dinamica delle torture, aspetto secondario rispetto ai contenuti effettivi del film, che vanno al di là di una mera o compiaciuta pornografia dell’horror. Rimane forse come tratto comune tra queste ultime pellicole la sofferenza dell’uomo vista come un qualcosa di catartico, liberatorio e purificatore: l’asceta/vittima diventa un privilegiato, un essere superiore da idolatrare perchè del tutto immune al dolore, e sulla via della conoscenza. E se il mostro che hanno creato è così, è chiaro che sarà terribilmente più spaventoso di qualsiasi altro.

Ho visto che molti hanno scomodato il termine torture porn, ma in questo caso la locuzione – per quello che vale – è assolutamente fuorviante ed inesatta: la violenza che subiscono le vittime di Martyrs non provoca piacere a nessuno, ma è liberatoria, serve a far raggiungere uno status privilegiato (quello di martiri, ovviamente nella mente contorta degli aguzzini), e questo rende automatico riportare il discorso verso le varie forme di fanatismo (religioso ma anche, se vogliamo, politico e sociale). Altro colpo di genio, del resto, è il fatto di rappresentare un’inquietante micro-società nella quale le giovani sono lentamente massacrate anche da altre donne, mediante violenza subdola ed arrivando a perdere progressivamente i propri tratti di femminilità. Una chiave di lettura che, a suo modo, richiama metamorfosi cronenbeghiane (per non dire kafkiane) ed il Potere brutale rappresentato dal celebre “Salò” di Pasolini, altro film molto apprezzato da diversi amanti dell’horror per quanto anch’esso propenso ad essere mal giudicato, per via di una forma che finisce per sovrastare la sostanza.

Servono sicuramente anche film del genere: con più pellicole come Martyrs, probabilmente, non cambierebbero di una virgola le incomprensioni tra detrattori ed estimatori a priori ma – quantomeno – la dignità del genere horror sarebbe certamente più preservata.

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Martyrs (P. Laugier, 2008)
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