My Sweet Killer (1999, J. Dossetti)

Charlie Cavenaugh è tormentato dalla solitudine: va periodicamente dallo psichiatra, è stato rilasciato dal carcere ed ha sviluppato una singolare sociopatia, nella quale continua a sognare una bella ragazza (Pasqua)… ma chi è davvero il protagonista?

In breve. Struttura da thriller psicologico e ritmi da film d’essai che mal si conciliano con camera traballante, fotografia non eccelsa, regia un po’ monocorde ed allucinazioni del protagonista quasi da fotoromanzo. Da registrare la pochezza di mezzi della produzione e le discrete interpretazioni da parte degli attori. Quasi certamente meglio di quel che si potrebbe pensare a prima vista, ma non fatevi troppe illusioni.

Produzione americana targata Asylum e distribuita in Italia dalla Mondo Home Entertainment: un film che a prima vista (nella prima mezz’ora) sembra avere tutte le carte in tavola per classificarsi come discreta produzione ultra-low budget, ma che poi si rivela inesobilmente inferiore alle aspettative. Sopravvolando sulla tagline italiana un po’ goffa (sul DVD c’è scritto un indimenticabile “400% thriller“), direi che il soggetto non è per nulla roba di poco conto – una storia che mescola realtà e sogno nella mente di un sociopatico, e questo nonostante la pochezza di mezzi complessiva faccia sembrare il tutto fin troppo amatoriale. La caratterizzazione di Charlie sembrerebbe essere parzialmente derivata dal capolavoro Henry, pioggia di sangue, ma ce ne voleva per arrivare a quei livelli (ammesso che l’obiettivo fosse il medesimo).

Del resto il film non propone troppo mordente per il pubblico: situazioni essenziali, ritmo lentissimo, un degrado metropolitano rappresentato in modo brutalmente semplicistico; alcuni spunti non sono male, come ad esempio Charlie che sviluppa una dipendenza dalle droghe esclusivamente per poter dormire (e quindi sognare l’amata donna che gli compare soltanto lì), sconnettendo progressivamente il fisico dalla mente, quasi come entrasse in una dimensione ascetica. Prova ne sia il fatto che rifiuta il rapporto con una donna reale, subisce passivamente i soprusi da parte di spacciatori e datore di lavoro e preferisce rimanere padrone della sua dimensione onirica: in questo modo, chiaramente, la sua vita si trova ad essere annullata. Certo non abbiamo di fronte lo spessore (e l’orrore) di Nightmare (qui la paura è esclusivamente interiore, e mai rappresentata esplicitamente tranne alla fine), e mancano il surrealismo e la capacità espressiva di molti altri registi più abili su queste digressioni, che sarebbe del tutto improprio (e fuorviante) citare qui. L’incubo della solitudine – tema proposto in modo piuttosto ripetitivo nel film, a mio avviso – è stato sviscerato in modalità molto più efficaci ad esempio da Buttgereit, pur risultando in quel caso un’opera di ben altro livello e non certo per tutti. Un discreto lavoro, comunque, questo “My sweet killer“, che i cinefili più curiosi potrebbero sostanzialmente apprezzare pur senza gridare al miracolo.

“Ricorda: un pericolo per te stesso e per gli altri. Lei mi conosce, dottore: mi piaccono le persone.”

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