L’occhio che uccide (Peeping Tom, 1960, M. Powell)

Mark Lewis è un timido operatore cinematografico ossessionato da foto e filmati: si scopre che la sua insana passione ha radici molto profonde…

In breve. Un perla del cinema thriller da riscoprire senza remore, anche perchè ha ispirato numerosi soggetti e variazioni sul tema nel seguito.

Piuttosto avanti per la rappresentazione (del tabù) dei “guardoni” quella del soggetto di Leo Mark ripreso da Powell – siamo nel 1960, oltre che citatissimo da altre opere moderne (pescando a caso: Marebito, Videodrome e qualche sprazzo dentro Tesìs), si ispira al personaggio che, secondo la tradizione popolare anglosassone, sarebbe diventato cieco dopo aver spiato Lady Godiva cavalcare nuda. Simbolo assoluto del voyeurismo più sfrenato, Mark si occupa appassionatamente di montare le riprese del suo prossimo documentario, mentre lavora su un set cinematografico e fa foto a modelle nude per sbarcare il lunario. In alcuni momenti è colto da un raptus omicida che riesce a placare solo riprendendo i propri omicidi e rivedendoli a casa poco dopo. Una figura di killer dal volto apparentemente umano, che vive la propria manìa di guardare in senso assoluto: ama osservare e non vivere, senza contatto fisico e senza alcuna implicazione di carattere sessuale verso cui, anzi, prova ribrezzo. In effetti fronteggiare il mondo reale non è per nulla facile per il protagonista, anche quando si trova di fronte la mite ragazza della porta accanto, e questo è un aspetto fondamentale per comprendere l’intensità e la forza espressiva del protagonista. Nel frattempo il suo macchiarsi di delitti non gli impedisce di avere un volto normale, e soprattutto di ispirare empatìa nel pubblico. Una tecnica, quella dell’immedesimazione del cattivo travestito da agnello, che in Henry Pioggia di sangue diventerà uno dei motivi del suo essere cult.

Peeping Tom, con i suoi colori vividi, i suoi abili caratteristi e le sue musiche hitchcockiane, entra di diritto tra i film che ogni appassionato di horror o gialli dovrebbe conoscere: e questo perchè la chiave di lettura dell’opera è legata alla rappresentazione stessa della paura pochi istanti prima della morte. Davvero geniale poi, per l’epoca, la modalità di esecuzione delle vittime da parte del killer, che l’assassino usa mettere a proprio agio e poi uccidere usando l’unico modo possibile per obbligarle a guardare la morte in faccia. A pensarci bene è un po’ l’idea che ha avuto Argento in Opera, che ha rigirato addosso agli spettatori e che probabilmente ha tratto anche da qui. Straordinarie le interpretazioni della madre cieca (Shearer) e della mite figlia (Massey), senza contare l’inquietante Mark, capace di mascherare con abilità e scaltrezza i propri segreti fino alla fine: un capolavoro.