Cannibal Holocaust (R. Deodato, 1979)

Quattro giornalisti scompaiono in Amazzonia, ed un docente universitario di antropologia viene inviato sul posto a scoprire cosa sia successo: il resto è un film “cannibalico” di culto, nel bene e nel male. In breve. Una delle pellicole più crude e terrificanti mai viste su uno schermo, che deve buona parte della propria fama ai tagli di censura, agli intentati processi, ai sequestri della pellicola nonchè alla diffusione virale dei suoi contenuti su internet. Deodato non firma un Capolavoro, e va scritto a chiare lettere, ma bisogna dare atto al regista di avere realizzato il massimo con il minimo. A livello tecnico, in effetti, la pellicola è notevole per l’idea (in primis il filmino amatoriale che rivela la verità, ispirazione mai tributata per la successiva strega di Blair), per la fusione tra girato in 35 e 16mm, per il montaggio impeccabile e per il realismo che trasuda da ogni singolo fotogramma. Al di là di questo si tratta di un film che lascia sconvolti, oggi, più per la forma (cruda e cinica come non mai) che per il messaggio di fondo (“mi chiedo chi siano, in fondo, i veri cannibali” è l’uovo di Colombo). Un film assolutamente non per tutti, da non prendere sottogamba o sottovalutare per nessuno motivo: visione “oltre ogni limite” per eccellenza.

Solitamente occuparsi di un film del genere, o anche solo commentarlo su Youtube – cosa che si fa  in risposta a sequenze del film, trailer o considerazioni di critici più o meno improvvisati – scatena automaticamente il più classico”vespaio di polemiche”, la sequela di opinioni divergenti ed annessi insulti reciproci che accompagna tristemente le partite di calcio come i più oscuri fatti di cronaca nera. C’è chi scomoda sociologia, nichilismo, razzismo o filosofia della comare del paesino, chi parla di buonsenso e voyeurismo, ma resta il fatto che il “successo” di una pellicola del genere, nel bene o nel male, fa riflettere di per sè. Per quanto abbia trattato già abbondamentemente di film controversi – ed altrettanto violenti – come Snuff 102, Cannibal Ferox e Mondo Cane, qui si registra un’estetizzazione della violenza inedita, camuffata (con estremo realismo) da filmino snuff. Abbiamo di fronte roba pesante, che strumentalizza l’orrore del borghese “civilizzato” ed ipocrita nei confronti dei selvaggi, e lo declina come se il sangue e le morti ripresa fossero tutte, indistintamente reali e non frutto di effetti speciali ben realizzati. Lo fa con lo stesso espediente della pellicola di Jacopetti, a ben vedere, ovvero mostrando l’aspetto più selvaggio ed indecoroso in contrasto con il mondo finto dei grattacieli, finendo alla fine per farsi prendere la mano: la denuncia contro il voyeurismo dei quattro reporter d’assalto, disposti a devastare gli indigeni gratuitamente pur di “fare la notizia”, finisce per passare clamorosamente in secondo piano. E questo è grave (se posso dire così), perchè ciò che si vede come morte reale (la scimmietta, la testuggine e la vedova nera) va demolire programmaticamente qualsiasi presupposto di discussione che avrebbe dato senso alla pellicola stessa. La forma trionfa, infierisce e banchetta sulla sostanza, mostrando “Cannibal Holocaust” per quello che è: contestualizzando al periodo, un crescendo di violenza e sadismo senza un reale sbocco, precipitato nel baratro del “fine a se stesso” e che lascia, di prima intenzione, un incolmabile senso di vuoto nello spettatore.

Ma non voglio con questo degenerare nelle reazioni isteriche (in parte pienamente giustificabili) di molti, perchè questo prescinderebbe dall’aspetto meramente cinematografico il quale, per quanto piaccia poco ammetterlo, è di grande livello e tutt’altro che inesistente. Certo è che Deodato ha giocato parecchio – con una certa astuzia, se mi passate il termine – su una forte ambiguità nel destreggiarsi tra scene documentaristiche e finzione, senza far capire quando ci si trovi nell’uno o nell’altro caso. Questo spiazza, disorienta e fa venire dubbi atroci allo spettatore, il quale – se già poco avvezzo a fare ragionamenti durante la visione di un film – si trova ad essere ulteriormente “maltrattato”: la forma (orrida, disgustosa ed insostenibile), come raramente era avvenuto fino ad allora, calpesta la sostanza (una filippica piuttosto sensata contro la stupidità del “bianco”), e risulta alla fine riduttiva per la pellicola stesso. Del resto il sacrificio della mucca in Apocalypse now avrebbe dovuto far gridare allo scandalo in eguale misura: cosa che non mi pare sia avvenuta, per cui certe reazioni scomposte (per quanto perfettamente comprensibili, come ho già scritto) dovrebbero quantomeno valere senza distinguo e non, come è avvenuto, soltanto sulla base del regista o del titolo del film. Rimane per me valido, seppur nell’orrore di aver dovuto assistere a vere crudeltà sugli animali, il discorso espresso per una mia vecchia recensione: è corretto far diventare la violenza problematica per il sol fatto che è stata ripresa da una telecamera? Non sono un antropologo o un freelance che gira il mondo, ma sono dell’idea che certe barbare esecuzioni esistano comunque, anche (per non dire soprattutto) se nessuno ci farà mai un film sopra: non è poi da trascurare il fatto che quegli animali siano stati uccisi per essere mangiati da qualcuno, ma se critichiamo legittimamente la violenza il discorso dovrebbe essere più concreto, meno legato a quello che si mostra in una pellicola qualsiasi. Un discorso che finisce per trascendere dall’estetica cinematografica di per sè, per quanto inorridisca l’idea di spettacolarizzare cose del genere dentro ad un film.

Tutto questo per ribadire come l’operazione “Cannibal Holocaust” non sia uno zenith di etica e morale, ma sta di fatto che il pubblico si scandalizza e si incazza, Nocturno ne parla periodicamente e la gente – piaccia o no – lo continua a guardare. Alessandro Pedrazzi di Exxagon ha espresso concetti simili ai miei a riguardo, e non mi sento di dissentire dall’analisi (puntuale e sintetica) che ha proposto a riguardo. Inoltre è il caso di precisare, se ce ne fosse bisogno, che senza gli animali brutalmente fatti fuori (e svariate scene di questo tipo sono, come dicevo all’inizio, visibilmente e tristemente reali) non sarebbe uscito fuori un film di siffatto culto. Questa considerazione è, in fondo, fin troppo irritante, e costituisce il più evidente “tallone d’Achille” del film, che si bilancia solo in parte con la “consolazione” che senza quelle scene crudeli sarebbe nato l’ennesimo b-movie sgangherato che molti avrebbero sbeffeggiato “perchè poco credibile” e perchè, in ogni caso, la critica sociale in questi contesti viene poco tollerata dai tempi del primo Romero. Va comunque dato atto a Deodato di aver assestato a molti chic della prima ora, quelli che blaterano di non spaventarsi per niente e per nessuno dentro ad un cinema, uno schiaffone ben assestato, per quanto fuori da ogni regola ed equivalente ad un fallo da “cartellino rosso”. “Cannibal Holocaust” è tremendamente serio, e con gli opportuni distinguo verissimo, per quanto in definitiva il suo messaggio finisca per sembrare puramente di facciata.

Cosa particolare – e involontariamente parodica, secondo me – è la presenza di Robert Kerman (il professor Monroe, il “razionalista & civilizzato” della situazione) noto agli esperti di film hard come Richard Bolla, che è forse l’unico vero “faro morale” in cui il pubblico possa identificarsi. Pare che Deodato abbia scoperto il “talento erotico” del baffuto attore solo dopo aver iniziato le riprese, e questo va specificato perchè nessuno pensi che “Cannibal Holocaust” sia un filmetto alla buona perchè, di fatto, non lo è per niente. Ripeto: si può discutere, inorridire o dare fuoco al DVD deluxe uscito da qualche anno: ma questo film rimarrà vivido nelle menti di moltissimi spettatori, a ricordarci che forse, nonostante tutto, già trenta anni fa non si sapeva più come shockare e questo, indirettamente, tributa il cinema di genere “ordinario”, portandolo per contrappeso a livelli sublimi. Film ormai per pochi, o più schiettamente – e lo dico senza voler fare “sfottò” – per nessuno, specie oggi nell’era in cui “snuff e dintorni” sembrano quasi all’ordine del giorno sui media e sui siti web. Di fatto dobbiamo aggiungere che gli shockumentary e i falsi documentari che in molti abbiamo visto – o spiato – in questi anni derivano, nella stragrande maggioranza dei casi, da questo controverso lavoro, che storicamente possiede un valore molto sostanziale. So che questo finirà per incoraggiare gli indecisi a vedere comunque “Cannibal Holocaust” (e spero di aver fatto capire i motivi per cui, senza finti moralismi, sia meglio non guardarlo), e sappiate che se il cinema di genere passa da qui ha fatto con una sola, terribile fermata. La colonna sonora del grande Riz Ortolani, sempre perfetta nel fare da controcanto alle atrocità esibite da Deodato, finisce per essere il solo elemento davvero non criticabile di uno dei film forse più controversi mai realizzati.