Perchè la musica non ci piace subito


Quanto tempo trascorre tra il primo momento che ascoltiamo una canzone ed un secondo, fatidico istante in cui ci riscopriamo a cantarlo sotto la doccia? Con l’eccezione di pochi, specifici brani – di alcune, specifiche, band –  la sensazione che la musica non ci piaccia subito sembra giustificata, per quanto non sia forse troppo agevole giustificarla in un modo che non sia empirico. Ma perchè, infine, succede questo?

I motivi di tale delay temporale sono numerosi, in effetti: prima di tutto dobbiamo abituarci alla sensazione che quel brano ci induce, e ci vuole tempo. Quel tempo che si accumula, istante dopo istante, e poi ci fa guadagnare una lauta cenetta, una telefonata in cui non speravamo più, un orgasmo. In secondo luogo ci piace il senso di familiarità ipnotica che quella specifica musica sa indurre, cosa che a me è capitata in varie occasioni (di recente, con Freedom of choice dei DEVO). “Andare in fissa” con un brano che non ci stancheremmo mai di riascoltare è una sensazione molto familiare a chi ascolta rock, ma molti fan del pop o del rap potrebbero averla riscontrata con eguale probabilità, a ben vedere.

È raro che la musica sia da primo ascolto, per quanto un vanto di tantissimi “intenditori” o sedicenti tali è proprio nel fatto che non sia di primo ascolto. Ed un brano che piace al primo ascolto non è poi così raro: ogni estate ne sentiamo in radio uno diverso, per non parlare dei classiconi cult come Tears di Giorgio Moroder o Profondo rosso dei Goblin. Quelle nenie sono semplici, essenziali eppure originalissime, uniche nel loro genere, e tanto basta: chiunque le conosce, a chiunque o quasi restano in testa.

Se un brano musicale ha una certa profondità, all’inizio può essere difficile notarlo o ascoltarlo, ma dopo un ascolto ripetuto, i vari strati volano via svelando l’ennesimo velo di Maya. O magari, a volte, l’uovo di Colombo.

Foto di Peter Fischer da Pixabay