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Nel 1991 James Cameron diresse Terminator 2 che è considerato, a trenta anni dalla sua uscita, ancora il miglior sequel di tutti i tempi.

Quando si decide di parlare di sequel di pellicole che hanno riscosso grande successo tra pubblico e critica ci si addentra in un vero e proprio campo minato; realizzare un seguito che sia già solo al pari di un predecessore è davvero molto difficile. Oggi lo dimostra il fatto che il cinema, che fin troppo spesso sembra a corto di idee, si lanci nello sviluppo di sequel di vecchie glorie, riproponendo in salsa moderna una minestra fin troppo spesso riscaldata.

Basti pensare alla serie di Ghostbuster, considerata una vera pietra miliare del cinema, ma di cui i sequel sono considerati vere e proprie riproposizioni del primo capitolo – e neanche così ben riusciti .

Parlando di Terminator 2 cercheremo di analizzare il film, provando anche a capire come mai nessuno lo ha mai preso in esempio nonostante l’effettivo valore.

Terminator 2 – Il Sequel fatto ad arte

Riprendiamo gli eventi da dove si erano fermati nel precedente capitolo: Sarah Connor, interpreta da Linda Hamilton, si ritrova ricoverata in uno ospedale psichiatrico ed il figlio John, interpretato da Edward Furlong, (avuto dalla scappatella con l’uomo arrivato dal futuro) è stato adottato da tempo.

John è destinato a guidare la resistenza contro le macchine che, nel futuro, dominano l’uomo – un po’ come fanno gli smartphone ora, ma senza Facebook – e per questo l’Intelligenza Artificiale Skynet vuole fermarlo prima che possa metterle i bastoni tra le ruote.

Vengono inviati dunque due cyborg nel passato: uno è il T-1000, una macchina mutaforma programmata per uccidere John, l’altro è il buon vecchio T-800 già visto nel prequel ed interpretato dal nostro Schwarzy, destinato a proteggere il ragazzo.

Il film di Terminator 2 consacrò Arnold Schwarzenegger come attore avendo cucito il ruolo proprio addosso alla sua persona mostrandoci che non serve solo il talento per bucare lo schermo. Questa interpretazione è considerata da tutti (suoi fan o non) come la sua miglior prova d’attore in assoluto ed è molto gettonata sia tra le parodie che per le citazioni in altri media.

Nel film The Last Action Hero, del 1993 in cui Arnold interpreta se stesso e la sua controparta interpretata in un film, c’è una piccola Gag in cui si vede Silver Stallone nei panni del T-800 di Terminator 2 scherzando sul fatto che sia stato favoloso in quel ruolo.

Grazie ad effetti speciali ancora oggi visivamente molto belli, a sapienti scelte registiche su trama ed inquadrature e grazie ad una sceneggiatura davvero coinvolgente, Cameron ha saputo rapire anche lo spettatore più ritroso alla prima visione. Non a caso, nonostante il primo film sia ancora godibile e molto bello da vedere, quando si parla della serie di Terminator il secondo, il giorno del giudizio, è senza dubbio il primo su cui si discute e specula.

E diciamocelo, sul finale la lacrimuccia è scesa un po’ a tutti, riuscendo a farti empatizzare anche con un rottame. Per tutta l’avventura noi viviamo con John e Schwarzy i frenetici inseguimenti, le sanguinarie lotte, i momenti empatici tra i protagonisti ed anche quelli divertenti riuscendo a far immergere chiunque nella trama grazie anche ad una sceneggiatura scritta come si deve.

Candidato a sei premi Oscar ne vinse all’epoca quattro per le categorie Miglior Trucco, Miglior Sonoro, Miglior montaggio Sonoro e Migliori Effetti Sonoro. Non a caso ha guadagno 520 milioni di dollari in tutto il mondo ed è considerata una delle migliori opere a tema fantascienza/azione.

Non sono un grande fan della serie di Terminator, eppure l’ho rivisto di ricente prima di scrivere questo articolo, e cavolo se è invecchiato bene!

Perché non prendere esempio da Terminator 2 per i sequel?

Partiamo dal presupposto che più è buono e di successo un film più si alzerà l’asticella delle aspettative e sarà difficile scrivere un sequel degno del predecessore.

Pensiamo poi al fatto che il cinema è un business, per molti è un lavoro oltre che una passione e non dobbiamo scandalizzarci se si prova a creare qualcosa di successo per guadagnare.

Nulla di male, anzi, è giusto, il problema è che molti non vogliono portare a termine il risultato con il massimo dei voti dedicandosi ad una misero minimo sindacale per portare a casa la pagnotta. Scegliere la strada facile non sempre è la scelta migliore e si perde di vista l’obiettivo.

Perché dunque Terminator 2 è il miglior sequel mai fatto? Perché fa il suo dovere partendo dalla sceneggiatura.

Quando si scrive un sequel nove volte su dieci si prendono gli elementi più apprezzati dal pubblico del predecessore e li si piazzano su schermo. Ma non è così che un sequel dovrebbe agire. La produzione di Terminator 2 inizia già dopo l’uscita del primo, ma pur essendo ritardata a causa di mancanza di idee o di fondi, il tutto è maturato col passare del tempo. Trama compresa.

Il tempo avanza inesorabile e le cose cambiano, l’evoluzione è alla base del nostro mondo da milioni di anni e la natura deve fare il suo corso. Terminator 2 evolve, non replica, ciò che succede nel precedente capitolo, riuscendo così a mostrare un mondo che cambia e, paradossalmente, molto più reale.

La minaccia di pericolo del T-1000 è inesorabile anche per chi si gode il film, perché ci mette di fronte un nemico apparentemente inarrestabile che non si fermerà di fronte a niente pur di uccidere la sua preda.

Riesce a farci empatizzare per Sarah e John, mostrandoci che i rapporti tra una madre ed un figlio, già non facili, non migliorano con cyborg assassini che ti inseguono. E ci permette di affezionarci a quel T-800 paradossalmente così ingenuo e surreale.

Sarah Connor è molto simile alla Ripley di Alien, una donna forte e spigolosa che cerca di salvare se stessa e l’umanità dal pericolo, facendosi carico del peso che comporta essere portatrice di sventura. Eppure, prima di essere la donna che può salvare il mondo, si sente madre e vuole proteggere suo figlio. Nello stesso tempo, il T-800 riesce a legarsi talmente tanto al giovane John da diventarne quasi un riferimento paterno, bypassando la stessa logica fredda delle macchine arrivando anche a “sperare di non uccidere nessuno”.

Alla base di un buon sequel ci vuole una buona sceneggiatura ed un direttore col polso duro, come Cameron in questo caso, che sappia cosa è meglio per il film e non per le sue tasche essendo questo film l’esempio di come gli effetti speciali innovativi (per l’epoca incredibili) non servino a compensare una scrittura scarna e priva di simbolismi o poesia.

Quando si entra a far parte del mondo del cinema, che sia da sceneggiatori, registi, recensori o anche solo spettatori, pellicole come queste dovrebbero essere studiate per comprendere meglio cosa il cinema può offrire.


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