Aliens – Scontro finale (J. Cameron, 1986)

Sono trascorsi 57 anni dall’incontro con il temibile alieno parassita, ed Ellen Ripley, sopravvissuta del Nostromo, viene soccorsa e riportata sulla Terra…In breve. Il primo sèguito del celebre cult di Ridley Scott, diretto dal regista di “Terminator 2” e “Avatar”; l’accento è posto su una squadra di Marines (accompagnati da Ripley) a cui viene assegnata la missione di sterminare gli xenomorfi. Tipico ibrido fanta-horror ottantiano piuttosto originale e avvicente, per quanto un po’ troppo diluito come lunghezza: da vedere comunque una volta nella vita.

Dopo gli avvenimenti della Nostromo narrati nel precedente episodio, Ripley (Sigourney Weaver) ritorno sul luogo in cui era iniziato il “contagio” alieno: il pianeta LV-426, che nel frattempo è stato colonizzato dagli esseri umani. Sono trascorsi 57 anni dalla sua partenza nello spazio, e questo viene messo subito in chiaro – sia dalla sequenza da incubo iniziale che dalle successive (inspegabilmente tagliate, alcune, dalla versione italiana).

Lanciato in pompa magna con una tagline diretta e priva di fronzoli (“Questa volta è guerra“), “Aliens – Scontro finale” evoca l’atmosfera tipica di chi ibrida elementi di avventura, guerra e fantascienza senza pensarci troppo; un buon film che finiamo per definire sequel, in fondo, per non dover scrivere “parte di un’ennesima saga ottantiana”. Un po’ di ritocchi alla storia, infatti, e sarebbe stato un perfetto film di fantascienza – a prescindere dal fatto che riprenda direttamente la trama di Alien: il fatto che derivi da una storia nota ai più, infatti, finisce per sacrificare parte del feeling con il pubblico che in più momenti troverà prevedibili alcune sequenze. Sarà un mio personalissimo problema con i sequel, ma ho sempre trovato un po’ eccessiva l’accoglienza globale verso la saga degli xenomorfi, nonostante debba riconoscerne svariati meriti (e trovi l’opera originale di Giger un autentico capolavoro).

Alcune sequenze di questo film sono di fatto ben confezionate, e – per fare un esempio concreto – la missione di esplorazione seguita con le camere addosso ai militari è memorabile, inquietante e molto carica di tensione. Ma questo ritmo forsennato a tratti fa a pugni con le oltre due ore di pellicola, troppo per chi già conosce la storia e certi dettagli li avrebbe forse risparmiati. La storia narrata è comunque differente da quella originale, vive di vita propria e non scopiazza nulla del lavoro di Scott (per fortuna), costruendo atmosfere derivative – ambientate in esterno – che risultano lontane mille miglia da quelle “chirurgiche” ed inquietanti del primo episodio. Il ritmo guadagna (tanta) importanza, e gli effetti speciali sono bellissimi e di tutto rispetto: ma queste, ad essere sinceri, sono anche le caratteristiche dei “polpettoni” fantascientifici di ogni tempo e luogo.

Di fatto le prime sequenze propriamente horror non arrivano prima di un’ora, fino all’agghiacciante scoperta finale che delinea uno dei più famosi sci-fi/horror del periodo: bello, forse, ma estremamente lento. Fatte queste precisazioni dobbiamo scrivere che si tratta di un film sostanzioso e parzialmente intrigante, che delinea un sequel tutto sommato degno del capostipite (e ripropone l’annosa questione annessa a remake e sequel: le idee migliori sono sempre le prime). Un impressionante arsenale tecnologico, esasperato all’ennesima potenza nell’annunciato scontro finale del titolo, valse a procurare, per quello che importa oggi, due Oscar alla pellicola (Migliori effetti speciali e Miglior montaggio sonoro); di fatto la fama del film sembra derivare più da tali riconoscimenti che dal resto. C’è da specificare che si tratta comunque di un film importante perchè parzialmente archetipico nel suo genere, ma dobbiamo anche constatare che la componente più introspettiva ed oscura del film di Scott sia stata troppo sacrificata per dare spazio alla mera azione, con tanto di stereotipi del genere, sequenze non proprio imprevedibli e ripetute “spacconate” da parte dei vari militari: l’espediente funziona, per la verità, nella misura in cui si punta ad evidenziare l’umanità (e la ragionevolezza) di Ripley a confronto dell’avidità e della grettezza di molti altri protagonisti.

Non ci sono dubbi, inoltre, che la struttura del film per intero abbia stabilito canoni, modelli e modi di svolgere la trama da cui altri capolavori (penso a Predator, tanto per rimanere sul banale) hanno prelevato un bel po’. Per concludere è bene specificare che la versione in DVD presenta diverse scene non doppiate, spesso piuttosto importanti ai fini della delineazione precisa della trama: tra di esse Ripley scopre che sua figlia è morta, e tra le altre manca una sequenza dell’interrogatorio iniziale (non essenziale alla comprensione della storia, ma tant’è). La cosa a mio avviso piuttosto “pesante”, al di là di questo, è rappresentata dalla mancanza – nel doppiaggio made in Italy – della scena – molto ben costruita, peraltro – in cui il padre di Newt’ viene aggredito dal parassita, esattamente come era successo a Kane nel primo episodio: una sorta di taglio imposto forse dalla distribuzione Nostromo nostrana, magari in nome di una maggiore fluidità o chissà quale altra astrusità.

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