“The Perfection”: la critica ai crudeli compromessi della società performativa

Allison Williams, dopo il criptico e sadico ruolo di Rose Armitage in Scappa – Get Out di Jordan Peele, nel 2018 si cimenta nuovamente in una pellicola thriller a tinte horror diretta da Richard Shepard, The Perfection.

In questo film, disponibile su Netflix, interpreta la ex violoncellista Charlotte Willmore: un talento senza eguali, messo a punto presso la prestigiosa accademia Banchoff, che è costretta a lasciare anzitempo per via dell’ictus che colpisce la madre e che la costringe a occuparsi della genitrice in ogni aspetto, restandole vicina fino alla morte. Privata sia della donna che della propria carriera di musicista, Charlotte si reca a Shangai dove ritrova i mecenate Anton e Paloma e fa la conoscenza di Elizabeth, detta Lizzie, la violoncellista che le è subentrata, a sua volta dallo straordinario talento. Tra le due c’è subito una forte chimica che le porta a trascorrere una notte insieme, all’indomani della quale si verificheranno eventi raccapriccianti di cui Charlotte sarà protagonista e Lizzie vittima. Ma è davvero così che stanno le cose?

Solo un anno dopo l’esperienza sul set di Scappa – Get Out, Allison Williams torna a ricoprire una parte insidiosa in grado di mettere in evidenza le sue doti attoriali, che le permettono di interpretare in uno stesso lungometraggio più ruoli in uno stesso personaggio. The Perfection è infatti una pellicola ambiziosa, seppur non ai livelli di quella di Peele, che riesce a tenere con il fiato sospeso grazie all’interessantissimo montaggio con cui lega uno dietro l’altro i diversi colpi di scena che vedono Williams al massimo della forma. Richard Shepard, fatta propria l’esperienza sul set di Criminal Minds, si diverte a prendersi gioco dello spettatore, a interrogarlo e stuzzicarlo in continuazione, a mettere continuamente in discussione le idee che si è fatto in quel momento costringendolo a riavvolgere il nastro (letteralmente) e a ricominciare da capo – un po’ come in quei videogiochi punta e clicca in cui una propria scelta determina gli eventi successivi della storia; in questo modo lo spettatore è reso parte attiva nel film, e non quindi semplicemente qualcuno che guarda la pellicola in maniera passiva, arrivando perciò a decostruire questo ruolo nella sua forma storicamente ben collaudata e accettata. Non più qualcuno che osserva gli eventi, dunque, ma che almeno a livello emotivo ne prende parte, fortemente coinvolto e pronto a cambiare il proprio modo di vedere le cose non appena il colpo di scena, in agguato dietro l’angolo, lo travolge. Un registro che il regista ha deciso, come abbiamo brevemente accennato in apertura di quest’articolo, di applicare a tutto il film e ai suoi personaggi.

Dopo aver delineato, e dove necessario elogiato, gli aspetti tecnici non resta che rispondere alla domanda successiva: quali sono i temi di The Perfection? E perché questo film è interessante anche da un punto di vista analitico e socioculturale?

Per rispondere si può partire subito dal titolo, che è quanto di più lapalissiano: letteralmente, la perfezione. Questa è infatti al centro del film, è il perno fondamentale da cui parte la storia, attorno la cui ricerca spasmodica e incontrollata si svolgono le esistenze dei personaggi. Ognuno di essi infatti ne è vittima, ma le conseguenze ricadono specialmente sulle ragazze, Charlotte e Lizzie, che fin da bambine hanno dovuto fare i conti con gli standard altissimi della Banchoff e con le conseguenze del caso, atroci e irreparabili, se non riuscivano a rispettarli.

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The Perfection, diviso in tre blocchi di montaggio, segue in ognuno di questi il punto di vista di Charlotte, che muta sotto la lente della macchina da presa a seconda della parte che Allison Williams deve interpretare in quel momento. Viene presentata allo spettatore come una ragazza irrisolta e problematica, fragile e insicura a causa dei suoi traumi, l’ultimo dei quali è la morte della madre. Charlotte mostra sulle braccia le cicatrici di precedenti ferite autoinflitte, che cozzano con la sua immagine elegante e quel piccolo tatuaggio di una nota musicale sulla spalla. Lo stesso che ha Lizzie, la disinibita e sexy musicista di successo, tutto il contrario di come appare Charlotte. E proprio sui contrari delle due ragazze gioca Shepard: non solo diverse fisicamente e caratterialmente, ma anche i loro personaggi cambiano nei diversi blocchi di montaggio. Le due sono comunque accomunate da uno stesso passato che, seppur in maniera diversa, ha scritto per entrambe lo stesso futuro.

Per entrambe le ragazze, l’unico obiettivo fin da bambine è sempre stato il raggiungimento della perfezione. È stato loro insegnato a essere perfette e a fare i conti con i loro sbagli. Perfette come le note musicali che compongono una sinfonia eseguita magistralmente, senza il minimo errore o sbavatura; eleganti come quelle piccole note che entrambe hanno tatuate sulla spalla, e che celano però un terribile segreto.

Da spettatori, non fatichiamo a capire la critica che il regista rivolge alla società della performance e dell’immagine con un film come The Perfection. Laddove chiunque è preda degli ideali di perfezione, tutto il resto finisce per non avere più un senso. Contano solo i sacrifici personali, i compromessi, gli sforzi, i rospi ingoiati e le angherie subite. Arrivare in alto spesso vuol dire arrancare in basso in mezzo al fango, ma il brutto e l’imperfetto non trovano spazio nella narrazione tossica della perfezione. Sfilano dunque esseri umani perfetti ma tremendamente fragili, come cristalli in esposizione o, peggio, pregiatissimi prezzi di carne in vendita all’asta al miglior offerente, che può cibarsene come meglio crede. Nessuno si preoccupa dei segreti che si nascondono dietro quella perfezione 

The Perfection è un film che ha molto in comune con Fresh e The Lure, in cui il corpo femminile preda delle perversioni maschili, socialmente incentivate e accettate dal patriarcato, diventa il capro espiatorio, la vittima ideale su cui sfogare i propri istinti più bassi. Tre lungometraggi che sono l’esempio di una società che, nonostante l’evoluzione, ha ancora molto di primitivo – era in cui erano già presenti ideali femminili di perfezione che si sono adattati al tempo e al futuro, con buona pace di chi ne sarebbe stato e ne è tutt’oggi vittima.

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