The Social Network (D. Fincher, 2010)

The Social Network (D. Fincher, 2010)

Harvard: Mark Zuckerberg crea il sito che sarebbe diventato noto come Facebook, suscitando le ire della sua università e le invidie di alcuni coetanei. Al tempo stesso, due studenti decidono di denunciarlo per avergli rubato l’idea.

In breve. Ritratto diretto, a tratti impietoso, del miliardario tra i più famosi al mondo.

Tratto dal libro di Ben Mezrich “Miliardari per caso” e sceneggiato Aaron Sorkin, The social network è diretto dal David Fincher che tutti conoscono per Seven, probabilmente uno dei più incisivi thriller mai realizzati nei vituperati anni Novanta. Il ritratto di Mark Zuckerberg, nerd dell’università di Harvard, è di quelli brutali: alla prese con un sito web di sua invenzione (pensato inizialmente come un Tinder ante-litteram, ovvero finalizzato allo scegliere varie studentesse e metterle a confronto), dopo successive versioni migliorate e pubblicate alla velocità della luce, scopre un’animo da imprenditore e si imbarca in un’avventura folle: far diventare il suo social network, inizialmente riservato alla propria università, un modo per far comunicare anche altri campus. E subito dopo il passo definitivo: conquistare il mondo digitale, con più di un milione di iscritti.

Se è vero che Zuckerberg in persona pare non abbia mai visto questo film, delegando alcuni suoi dipendenti a farlo – e poi dichiarando pubblicamente che, se non altro, al netto di alcune imprecisioni narrative, i suoi vestiti erano cool – questo dovrebbe rendere l’idea della sostanza del film, diversa da quella che potrebbe sembrare e forse atipica per un pubblico abituato, almeno all’epoca, a vedere nella sua figura poco più di un fortunatissimo ed innocuo geek alle prese con un qualcosa di più grande di lui. Facebook ne risulta, in verità, come un oggetto inquietante e poco rispettoso della privacy dei propri utenti, e tutto questo (nota bene) qualche anno prima che scoppiasse lo scandalo Cambridge Analytica. Per chi non lo ricordasse, per la cronaca, si trattava di una società che, più o meno velatamente, aveva acquisito dati privati degli utenti del social con applicazioni esterne per utilizzarli a scopo di propaganda politica online.

In questo, il film appare quasi profetico: parte come excursus in un campus, realistico quanto vagamente stereotipato (manca solo il serial killer di ragazzi, in effetti), in un’ambientazione che ricorda quella delle commedie americane light: librerie tirate a lucido, riti di iniziazione tra studenti burloni, professori autoritari, istituzioni rigide ed ancora più arroccate, studenti modello, studentesse modelle – tra cui Dakota Fanning, che spicca per qualche istante di troppo in una lunga “sfilata” backside, tutt’altro che funzionale alla storia, dopo essere stata a letto con Sean Parker, il creatore di Napster. Fincher sembra declinare l’eterno parallelismo tra sesso, corruzione, soldi e cinismo che caratterizza molta della produzione drammatica di ogni tempo, soprattutto per quello che riguarda il cinema di denuncia (cosa che The social network non è, a conti fatti, visto che si tratta di un ritratto sulla falsariga di film come The wolf of Wall Street).

La figura di Mark si incrocia con quella di altri futuri miliardari in erba, ed è incredibilmente oscura, in quanto viene descritto come uno straordinario programmatore (per creare la prima versione del suo social vìola, tra la realtà e la fiction, molti server di varie università per procurarsi le foto delle studentesse) ma anche un arrivista senza troppi scrupoli e – se ci fosse bisogno di scriverlo – un imprenditore coi fiocchi incapace di fare scelte sbagliate. Non solo, infatti, accetta di pagare i danni ai due antagonisti che lo portano in tribunale, ma risarcisce anche un ex socio (che, da quello che si vede nel film, mai venne realmente a contatto col progetto, e si era semplicemente limitato ad investirci all’inizio) e riesce ad espandere e far crescere il social, trovando il gruppo di inserzionisti giusto, i quali metteranno fior di dollari sul piatto.

La mitizzazione di ciò che avvenne in quegli anni, in effetti, ha definito (grazie a vari storytelling più o meno fantasiosi e positivisti) la cultura startuppara di ogni ordine e grado, costruendo numerose figure lavorative mitologiche che sono consolidate nell’immaginario comune – e che sono quasi tutte false ed irrealistiche, per la cronaca: il nerd che fa tutto da solo nella sua cameretta, la prolificazione di accordi di riservatezza (NDA, Non Disclosure Agreement) per poter lavorare anche con la startup che ha inventato un dentifricio per elefanti, l’investitore furbetto che non perde mai un centesimo, il programmatore che non commette mai bug, e naturalmente le idee “innovative”, che sono tutte, senza eccezioni, buone e redditizie. Una sequenza di abomini e semplificazioni della realtà che spesso, purtroppo, fanno parte del mondo iperconnesso in cui viviamo.

L’unica cosa davvero credibile, in effetti (al netto ovviamente del successo di colossi come Facebook, cosa tutt’altro che in discussione), è la parte iniziale del film, in cui si vede l’episodio (molto romanzato, vogliamo sperare) che spinge Mark a fare la prima versione di Facebook: la sua ragazza che lo pianta in asso perchè troppo assorbito dai propri obiettivi e dal proprio egocentrismo da miliardario, già mentalmente in fuga verso un’isola blacklisted dall’Agenzia delle Entrate americana. Come a dire – avevamo un sogno, l’abbiamo realizzato, fuck you: e ora fammi accendere – e sì, mi sa che userò questa banconota come combustibile.

La cultura positivistica e soluzionistica (per citare James Bridle nel suo Nuova era oscura) è tutta qui: la tecnologia è sempre OK, la tecnologia risolve problemi, incluso quello di trovare una persona con cui fare impresa, stringere alleanze o scopare (il tutto, ovviamente, fin quando conviene). Fincher mostra questa realtà ma esibisce, più o meno tra le righe, un sostanziale distacco da tutto questo, e a volte attacca frontalmente, da quello che si percepisce, quel tipo di mentalità, ponendo vari interrogativi che, ad oggi, non trovano alcuna vera soluzione.

Se Facebook ha infatti permesso a tutti di trovare speranza, contatto umano, chat di gruppo e tonnellate di post ideologici con i punti esclamativi alternati con gli “uni” (SVEGLIAAA!!!!1!!), resta il problema di chiedersi se davvero tutto questo fosse necessario. Dove ci troveremmo se Facebook, oggi, non ci fosse? Molto probabilmente, penso, ci sarebbe comunque qualcosa di simile con un nome diverso: ad esempio Cthulhu-Book, il social network con i tentacoli in tutto il mondo. Eppure non puoi lamentarti, oggi, perchè se lo fai rischi di passare per un residuato bellico dell’informatica anni 90, ultimissimo periodo in cui la privacy aveva ancora un valore, e l’informatica era ancora quella del tutto gratis: nessuno ci guadagna / tutti ci guadagnano.

Non che quel modello fosse inossidabile o costruttivo (tutt’altro: l’internet pre-social network era, per molti versi, anche peggio di quella attuale), per cui bando al nostalgismo ed alla rabbia: un po’ come hanno fatto i fratelli Winklevoss, che denunciarono Zuckerberg (come si vede nel film in varie fasi di processo, che è il presente rispetto ai flashback della storia) per avergli rubato l’idea. Risultato: ebbero 65 milioni di dollari di risarcimento (come a dire, mettiamo una pietra sopra al rancore). E non furono neanche i soli a denunciare il povero Mark, visto che (al netto dello scandalo Cambridge Analytica succitato) il prezzo del successo sembra essere, inevitabilmente, che tutti ti diano contro, inclusi alcuni avvocati norvegesi ed italiani, che denunciarono Facebook per via di alcuni casi di revenge porn: un non sequitur che rende l’idea di come la privacy sia un nervo scoperto solo quando il peggio è già successo (vedi le orde di entusiasmo disperato da parte dei fanboy dell’app di tracciamento globale anti Covid-19), mai prima. Il che ricorda anche, se vogliamo, la diatriba sui musicisti heavy metal che, negli anni 80, avrebbero “causato” degli omicidi e venivano pure portati in tribunale per questo motivo. Non a caso, in effetti, la tagline del film afferma: non puoi farti 500 milioni di amici senza avere qualche nemico.

Da un altro punto di vista, se la figura del giovane programmatore miliardario appare romanzata – soprattutto quando vediamo programmatori al suo servizio lavorare senza intoppi anche durante un party, e chiunque abbia studiato informatica in un campus, a questo punto, potrebbe ridere o sorridere – c’è da dire che il film di Fincher è sostanzialmente perfetto: perfetto nel delineare rapporti umani che nascono, si sviluppano e muoiono, e magistrale nel mostrare lo scarso idealismo ed il cinema di certa cultura americana, di stampo ovviamente capitalista.

Perchè questa, suggerisce il regista, è la storia, e riguarda tutti noi: dal primo all’ultimo.

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