The ward – Il reparto (J. Carpenter, 2011)

The ward” segna il ritorno sulle scene del grande John Carpenter, dopo i 10 lunghissimi anni dal precedente “Fantasmi da marte” che lasciò più di un amaro in bocca e senza contare i discreti “Cigarette burns / Pro-Life”. Questa volta il regista americano si cimenta in un atipico (per lui) thriller dalle venature sovrannaturali, che ha il pregio di non soffrire di auto-citazionismo e regala un film in veste inedita rispetto alle opere precedenti.In breve: gran film, e non tutti (fan inclusi) saranno d’accordo a riguardo. Il tempo è passato e si sente, ma è rimasta qualche buona idea, ereditata da una certa tradizione di thriller anni 90, in particolare uno (che è impossibile citare senza spoilerare). Grandissima prova di regia.

Carpenter proviene da una fortissima crisi creativa – come dichiarato su Nocturno qualche mese fa – e la cosa, in un certo senso, si nota in modo evidente sia vedendo globalmente il film e che leggendo le stroncature – un po’ gratuite – di certa critica. Quando si parla di horror bisognerebbe pero’ considerare il contesto motivazionale per cui quelle scene sono state create – come, nello specifico, quel fantasma che è apparso banale un po’ a tutti, oltre ad essere praticamente identico alla bimba de “L’esorcista”… Lo scopo, dicevamo, è di intrattenere (come sempre in Carpenter) creando scompiglio, paura, confusione nello spettatore: The ward” ci riesce, a mio parere, anche se potrà non piacere a tutti.

In altri termini quello che il regista, con la propria solita maestria dietro la macchina da presa, mostra mediante elettroshock, muri asettici, infermieri sadici, incubi inspiegabili ed alternanze ossessive buio/luce, vuole rappresentare un disturbo mentale molto preciso. E lo dico non per il gusto di fare rivelazioni a chi ancora non avesse visto il film, bensì per ricordare che i presunti “buchi” ed incoerenze che qualcuno ha rivelato risultano essere segnalazioni improprie, esattamente perchè il disturbo della protagonista è per definizione contraddittorio. Poi, eventualmente, si puo’ discutere sul vezzo del regista nell’alternare senza preavviso le scene dal punto di vista reale ed allucinatorio: tuttavia l’espediente è talmente diffuso nel cinema che non mi sentirei di farne un vero e proprio biasimo.

Citando i difetti – allo scopo di mantenere quell’obiettività che da fan del regista mi mancherebbe –  direi che le cose più grossolane sono legate senza dubbio agli stereotipi dei personaggi fin troppo abusati: il medico ambiguamente ragionevole, l’infermiera insopportabile e prepotente e l’infermiere brutale e cinico. I personaggi in questione “mordono” comunque lo spettatore, che nel frattempo ha avuto tempo e modo di simpatizzare per le caste ed innocenti ragazzine rinchiuse, apparentemente senza un vero motivo, all’interno della clinica (il reparto psichiatrico, appunto).

Successivamente, durante la visione, credo che scatti un meccanismo secondo cui lo spettatore più esperto si aspetta un certo tipo di sviluppi, mentre quello che cercava un horror diretto, truculento e sanguinario alla “Hostel II” oppure un ipotetico “The fog – Il ritorno” finisce per rimanere inevitabilmente deluso. Questo è il prezzo inevitabile che il regista paga per la propria fama, riuscendo a confezionare a mio parere un buon prodotto che pero’ non decolla come dovrebbe per via della mancanza di voglia, tempo e possibilità di osare.

Carpenter ha confezionato ottimi western metropolitani (“Distretto 13…”, ineguagliabile), horror apocalittici a iosa (“Il seme della follia”, “Il signore del male” e “La cosa”) e film di ogni tipologia da vero “terrorista dei generi”: eppure la “bomba” che ha deflagrato qui soffre di una specie di sindrome da “emulazione”, da un desiderio – direi preoccupante – di allinearsi “un po’ tanto” all’horror patinato che esiste negli ultimi anni. Nonostante questo non credo che sia un pessimo film, anche perchè le interpretazioni mi hanno convinto praticamente tutte (soprattutto il dottor Jared Harris e la “dura” Amber Heard) e questo, per un potenziale cult di Carpenter, è una cosa non da poco.

E’ altresì probabile che chi troverà “The ward” sopravvalutato sia una persona poco propensa ad avere paura con un horror sovrannaturale (io sono uno di quelli): eppure devo riconoscere che il film scorre abbastanza bene nonostante i consueti evidentissimi limiti di budget. Anche perchè, in modo neanche troppo originale, la spiegazione razionale spiazza e “prende in giro” lo spettatore che si accorge, fino a quel momento, di essersi concentrato sui dettagli sbagliati: questo, per lo spettatore odierno, è diventato forse inaccettabile, e questo è ciò che tende a scatenare – forse – reazioni negative. “Come si permette questo americano di provare a raggirare un critico italiano che ha scritto su Lynch“, oppure uno spettatore che ha spulciato Kubrick decine di volte (ovvio che sto facendo esempi ironici)?

Si potrebbe osservare che gli inserti deliranti di “The ward” sono relativamente banali rispetto ai momenti schizoidi perfetti de “Il seme della follia”: c’è da dire, a questo punto, che qualsiasi cosa avesse fatto il Maestro americano al posto dell’attuale discusso “The ward“, avrebbe comunque riscontrato nostalgici che gli rimproveravano di non aver fatto “La cosa 2”, oppure inguaribili innovatori, amanti del cinema nudo, crudo e crudele, che lo avrebbero accusato di ripetersi. Da Carpenter è lecito aspettarsi il top, ma mi sento di dire che – a questo giro – le aspettative sono state abbastanza rispettate: soprattutto se si considera, cosa che a nessuno ho sentito fare, che questo film appare molto più convincente del discreto precedente lungometraggio “marziano”.

Credo insomma che “The ward” vada analizzato senza alcun parallelismo con il passato, ma semplicemente per quello che presenta di per sè, al limite criticando la scelta di un tipo di sceneggiatura fatta da ambiguità già viste e paure giocate quasi esclusivamente sulla velocità di presentazione delle scene … cosa che negli ultimi anni è stata ripresa, rigirata e rielaborata più o meno da cani e porci.

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