Recensione

Cacciatore di alieni: un’emulazione poco riuscita di un classico di John Carpenter

Uno scienziato esperto di criptologia viene inviato in Antartide, al fine di aiutare un gruppo di ricerca a comprendere la natura di un oggetto sepolto nei ghiacci.

Mediocre spin off di natura fantascientifico-buonista: il riferimento a “La cosa” è talmente spudorato che, a conti fatti, si ride per non piangere. Evitabile come l’influenza, nel senso che qualora vi capitasse difficilmente potreste fare a meno di beccarvelo perchè, a partire dal titolo, attrae.

Spedizione in Antartide. Gruppo di scienziati. Strana “cosa” che emette segnali congelata nei ghiacci. Sarà letale, potrà contaminare gli umani? Che cosa sarà mai? Gli scienziati ci impiegano un bel po’ a capirlo, il pubblico molto meno. Uno spettatore, a quel punto, potrebbe lecitamente chiedersi perchè mai la NASA non convochi qualcun altro per un’indagine stipendiata (magari sugli UFO, a questo giro), dato che i cervelloni che popolano la storia tutto sembrano, tranne che tali. Dialoghi in genere poco accattivanti, azione discreta e relativamente sconnessa – più una serie di prevedibilità assortite – costruiscono complessivamente “Alien hunter“. Facile da indovinare, ad esempio, il clima di tensione tra i protagonisti, le comunicazioni interrotte col mondo esterno, il buon James Spader (quello di Stargate) che come playboy (così come viene presentato nel film) è poco credibile. C’è paura, certo, almeno a sprazzi, per un possibile contagio alieno, e poi qualcuno arriva a proporre di fare le analisi del sangue dei sopravvissuti per capire il livello di contaminazione con “la cosa“. Chissà, a questo punto, cosa potrebbe aver pensato John Carpenter nel vedere questo film, ammesso che abbia mai visto Alien hunter.

L’alieno comunica telepaticamente (il che fa tanto new age, in questo contesto), è anche delineato in modo discreto (questo va riconosciuto, senza dubbio), ma è il contesto a non reggere, per non parlare dell’odiosa musica alla Rambo che fa tanto american way of life (la produzione è USA/Bulgaria) e quello stucchevole finale favolistico, biecamente in chiave anni ’80. Alla fine c’erano di mezzo i sovietici, gli americani e, udite udite, pure il sottomarino nucleare. Stereotipi talmente abusati, vecchi e quasi rivoltanti che fa meraviglia che il film sia del 2003. Indimenticabile peraltro il siparietto, che dovrebbe essere drammatico, con uno dei protagonisti che continua a ripetere che “non riesce a respirare“, ma in compenso riesce a ripetere la stessa cazzata innumerevoli volte.

Accettabili gli interpreti maschili, mentre la presenza femminile, sia pur molto gradevole dal punto di vista estetico (Aimee Graham, Leslie Stefanson) risulta quasi imbarazzante a livello interpretativo, anche perchè declassata ad un mero riempitivo per le masse di spettatori più propensi alla commedia sexy. Etteparèva: alcune di loro se ne vanno in giro in costume da bagno (ma poi, perchè, se siamo su un’astronave?), ufficialmente per una procedura di decontaminazione prima di accedere ad una piantagione di granoturco modificato geneticamente (sì, vabbè). Ogni scusa è buona, verrebbe da sospettare. Oppure, se preferite, la vera fantascienza è tutta qui.

Un film fiacco, piuttosto noioso e probabilmente divertente per chi “La cosa” di John Carpenter non sa neanche cosa sia, e non gliene frega neanche un accidente.


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