Lisa Boeri (Claudia Gerini) è una dipendente modello di un’azienda multinazionale: dopo aver sgobbato e fatto gli straordinari è un’assidua frequentatrice del Tulpa, un sex-club gestito da un inquietante guru. Un killer inizia ad uccidere, uno ad uno, alcuni dei compagni di letto della protagonista…

In breve. Saggio thriller-erotico di Zampaglione che abbandona l’horror puro di Shadow e si butta a capofitto nel giallo settanta/ottantiano, con richiami fin troppo espliciti ad Argento (Tenebre, Non ho sonno). Astraendosi dal clima di omaggio al Maestro, del resto, del film rischia di rimanere meno di ciò che sembri a prima vista: probabilmente la prima metà è più accattivante e convincente della seconda, che si perde un po’ nello svolgersi dell’intreccio fino ad un finale interessante per quanto, a mio avviso, non esaltante.

Giusto qualche giorno fa leggo su Nocturno di settembre le parole del produttore Martino (1933-2013), riportate al posto del consueto editoriale di Gomarasca, che recitano un passaggio che mi resta impresso: si contrappone il cinema “di genere” a quello “di qualità”, salvo puntualizzare (giustamente, a mio vedere) che “di qualità bisogna vedere, per me sono solo dolori di panza di ex provinciali“. “Dolori di panza di ex provinciali“: non male come espressione, sia per riassumere gli ultimi anni di cinema italiano “d’autore” (roba, ricorda Martino, da far prendere un’angoscia tale da arricchire gli psicologi), sia per rappresentare – di riflesso – il pressappochismo di un pubblico che si esalta, alla meglio, alla vista dell’ennesimo clone di The Saw o Seven – sia per esprimere il malessere di un cinema, quello italiano, incensato per le consuete banalità e dato in pasto ad un pubblico viziato, capriccioso, fautore di pressappochismo da accademia e letteralmente dopato, in troppi casi, dai soliti, melensi film di “qualità”. Scrivo questo perchè è opinione comune che l’horror non sia di qualità per sua natura, salvo naturalmente le escursioni nel genere fatte da Polanski e Kubrick, e questo per una ragione fondamentale: è sporco, brutto, cattivo, indecente, del resto (dicono) sono tempi cupi, ed in pochi sembrano avere voglia di spaventarsi (anche) davanti ad un schermo.

Queste premesse sono necessarie per evidenziare, in primis, la scelta (azzardata o coraggiosa, starà al pubblico stabilirlo) di Zampaglione di evocare non il solito horror metaforico, bensì una pellicola che rappresenta un mondo vicino al nostro nel quale, a ben vedere, le deturpazioni fisiche inflitte alle vittime di turno fanno il pari con il cinismo e l’arrivismo dei personaggi. Tulpa è il film numero tre di Zampaglione, e si regge sulla performance (a mio avviso convincente, per quanto con qualche sbavatura) di Claudia Gerini, capace di impersonificare l’impiegata modello della multinazionale  – oltre che di recitare elegantemente in italiano, inglese e francese – e di rappresentarne la doppia vita: sentimentalmente repressa, ambiziosa, schiava del proprio lavoro e, al tempo stesso, in preda ad insospettabili perversioni. La donna frequenta infatti un sex-club clandestino (che da’ il nome alla pellicola), dall’atmosfera alquanto grottesca (le maschere al suo interno evocano vagamente quelle di Eyes Wide Shut) e nel quale, sotto l’egida di un guru dall’aria inquietante, i presenti danno sfogo alla propria sessualità in modo libero e selvaggio. Il tulpa, in particolare, è ripreso dal buddhismo tibetano e rappresenta una particolare emanazione dello spirito, totalmente incorporea: nel contesto del film simboleggia la capacità della mente di creare il mondo delle apparenze e,e dopo un’opportuna meditazione, materializzare qualsiasi oggetto. Questo rendere palpabile un desiderio diventa per Zampaglione – e per il soggetto di Sacchetti – espressione della sessualità repressa dalla modernità, che impone ritmi lavorativi scanditi dalle tempistiche del mercato, e nel quale tale componente, sia sentimentale che prettamente fisica, trovano spazio esclusivamente in accenni, spasmi nascosti e rapporti clandestini consumati nel massimo riserbo.

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La figura del serial killer in divisa d’ordinanza – cappellaccio, guanti e giacca nera – inizia a massacrare ferocemente alcuni dei frequentatori del club, suscitando in Lisa un autentico shock ed a farle temere per la propria vita: il primo problema di Tulpa, in effetti, è proprio legato alle motivazioni del villain, troppo esili (a mio vedere) rispetto a quanto viene tirato in ballo nell’intero intreccio. La soluzione dell’intrigo in effetti testimonia esattamente questo, e credo che sarebbe stato lecito aspettarsi qualche colpo di scena in più (Zampaglione, forse in preda alla foga di realizzare un revival settantiano, ha forse perso un po’ di vista questo aspetto). Gli elementi del film sembrano costruiti ad arte, del resto, per piacere agli amanti del cinema del passato (di cui Zampaglione è dichiarato fan), attigendo così a piene mani, con l’entusiasmo sincero di chi sa a quale modello ispirarsi, ad un repertorio di sangue, violenza mai lesinata, sadismo e chiaroscuri che credevamo estinto. Certo è che il risultato, nonostante inquadrature oscure e spesso da strane angolazioni, rischia per risultare un po’ retrò, tanto da sembrare in certi istanti filmato letteralmente negli anni 70. Addirittura la colonna sonora evoca le angoscianti orchestrazioni del giallo all’italiana, e la stessa Gerini – abile nel doppio ruolo di impiegata modello seria e precisa e, al tempo stesso, trasgressiva e conturbante frequentatrice di un locale in cui si pratica sesso tra sconosciuti – contribuisce per larga parte agli aspetti positivi del film.

Certo è che il messaggio di fondo di Tulpa – omaggiare Argento, Fulci e compagnia in primis, nonchè analizzare disumanamente una società di arrivisti corrotta fino all’osso – non è neanche questa grande novità: eppure questo film, con il suo stile registico maturo e coerente, la sua trama secondo alcuni esile, con le sue interpretazioni a volte non convincenti e la cruenza dei suoi delitti (quella sì, davvero indiscutibile), sembra essere un nuovo importante tassello: magari non per la rinascita del genere thriller-horror nel nostro paese, ma almeno per annoversarsi come discreta pellicola che molti potrebbero guardare, magari, invece di volgere lo sguardo alle solite trovate facilone che, a volte, farebbero prima ad intitolare “Seven 31”, “Home Invasion 45” “Saw 59”.

Per il mero gusto di concludere come avevo iniziato, ricordo un’ultima cosa: Luciano Martino in quelle dichiarazioni mostrò di essere infastidito dal fatto che, ad esempio, il western sia stato sfruttato furbescamente da Tarantino, e seppellito giusto dall’Italia che di fatto ne era stato principale fautore. Inutile sottolineare, perchè l’ho scritto decine di volte su questo blog, come la responsabilità della carenza di horror nel nostro paese – confinato ormai quasi esclusivamente ad un fenomeno di nicchia – sia da imputare in parte alle produzioni arriviste e poco coraggiose, ma anche, a dirla tutta, ai gusti di una maggioranza di pubblico per cui trash è sinonimo di horror o magari di thrash (metal). A questo punto le critiche feroci che molti blogger hanno espresso su Tulpa, quasi sempre alquanto gratuite e della serie “è tutto uno schifo, si stava meglio quando si stava peggio, signora mia!1!!1!“, diventano quantomeno più chiare e motivate: nessun profeta in patria, meno che mai in Italia, dove a troppe persone piace lamentarsi della monotonia del cinema di oggi, salvo sbeffeggiare chiunque provi a trasgredire le consuetudini. Del resto, e ne sappiamo qualcosa, Zarantonello docet.

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01/09/2018