Un gatto nel cervello: il meta-horror di Lucio Fulci


Un gatto nel cervello fu l’ennesima reinvenzione del terrorista dei generi Lucio Fulci, qui alle prese con un budget di soli 100,000 dollari, per produrre quello che sarà uno di fatto uno dei suoi ultimi film. All’interno del film vediamo il regista, che interpreta se stesso, immaginare vari modi per uccidere una donna seduto ad una scrivania, per poi spostare il focus su vari scenari tratti dai film che stava girando anni prima (tra cui rivediamo il Lester Parson protagonista di Quando Alice ruppe lo specchio) ed altri tratti da produzioni della serie Lucio Fulci Presenta.

Un gatto nel cervello è l’ossessione figurata di un regista, un artista ed una persona di nome Lucio Fulci, sinceramente appassionata di horror, che sta perdendo il contatto con la realtà, che sente delle voci e se ne ossessiona, ed è soprattutto meta-cinema, caratterizzato da una marcata vena di humor nero, quanto auto-celebrativa del genere; in questo, ovviamente, Fulci glorifica e riprende lo splatter modello Joe D’Amato che andava di moda venti anni prima. Il film è anche un omaggio spassionato al sottogenere italiano dello splatter horror artigianale (soprattutto quello a venature spesso forzatamente erotiche), composto da effetti speciali grossolani quanto truci – con carni macellate, visi sfigurati dall’acido, omicidi a go-go, cadaveri in decomposizione – oltre che da un feeling ossessivo sulla morte (dove le donne sono spesso vittime e protagoniste), sulla quale Fulci insiste a più riprese, probabilmente più per spirito provocatorio nei confronti della critica che gli diede del misogino, e spesso fu schierata aprioristicamente contro di lui.

Lo script di Un gatto nel cervello, del resto, è meravigliosamente laconico nella sua essenzialità: 49 pagine, del tutto prive di dialoghi, con l’accurata descrizione di varie scene splatter nel minimo dettaglio e di effetti sonori a corredo, senza null’altro. Molti degli eventi non sanguinolenti del film sono tratti dalla vera storia del regista, che optò per far doppiare anche la propria stessa voce (lavoro effettuato da da Elio Zamuto), che evidentemente considerava non filmabile. Il film è molto splatter ed è improntato su un esplicito sadismo che è sia immaginato che sostanziale: ed è proprio qui una delle sue chiavi di lettura più interessanti.

Lucio Fulci era una personalità complessa ed è significativo, secondo me, che abbia scelto di comparire chiaramente sullo schermo solo in questa ultima fase, peraltro per interpretare se stesso e ciò che, più o meno consapevolmente, sentire di essere e di rappresentare per il genere. Il suo personaggio è  sempre più inorridito dalla carne e dalle motoseghe, che fanno parte della quotidianità ma che ovviamente in un horror vengono utilizzati in modo aggressivo o perverso. Questa ossessione per il proprio lavoro magari oggi fa sorridere ma, di fatto, si rivolgeva da sempre ai fan del regista stesso, anche perchè tutti gli altri difficilmente avrebbero colto la totalità dei suoi riferimenti.

Per affrontare il problema e le allucinazioni sempre più spaventose (tratte dai suoi stessi film, in alcuni casi), il suo personaggio ricorre ad uno psichiatra, figura che probabilmente non avrebbe mai preso troppo sul serio  nella realtà (si veda la sua celebre caustica intervista contro il pensiero di Freud, a cui il suo antagonista di fatto somiglia), e che qui assume una valenza esplicitamente grottesca.

Al netto dell’aspetto splatter (che è estremamente marcato, come dicevamo), è altrettanto indicativa la sequenza in cui Fulci commenta diligentemente, in diretta, la scena di un suo film, mostrando gran parte del suo talento e carisma registico. Talento che, di fatto, si affianca con i suoi incubi allucinatori sempre più frequenti, in cui vede uno degli attori riprendere i suoi stessi film – mentre lui stesso, nel frattempo procede un passo alla volta verso la follia.

I tuoi film e i tuoi appunti ti condanneranno a passare per il mostro! Dopotutto, non esiste forse quella stupida teoria che dice che le scene di violenza sullo schermo provocano la violenza?

L’idea alla base di Un gatto nel cervello, anche se può per certi versi apparire ingenua (lo psicoanalista che segue Fulci è in realtà un killer represso che intende, mediante ipnosi, far ricadere la colpa dei delitti sul regista, evidentemente considerato un bersaglio facile), è di suo profondamente geniale: da un lato infatti “discolpa” abilmente il regia da eventuali accuse dovute a suoi film precedenti (Fulci subì anche un processo per la scena con i cani di Una lucertola con la pelle di donna), rimarcando nel contempo il suo noto scetticismo sulla psicoanalisi. Dall’altro è Un gatto nel cervello è meta-cinema horror puro, artigianale quanto vogliamo ma pur sempre funzionale, quasi sulla falsariga di Nightmare – Nuovo incubo – con meno mezzi ma non, certamente, con meno idee.

Il problema di fondo del film, in effetti, è che per quanto spietato e cruento il personaggio del serial killer / psichiatra possa essere, non sembra troppo credibile in quel ruolo, e questo soprattutto per la sua discutibile mimica facciale. Nonostante questo, esiste una parte molto suggestiva e ben realizzata: quella in cui Fulci immagina di trovarsi all’interno di varie scene horror di ogni genere, senza poter intervenire nelle stesse e costretto ad assistere ad omicidi sempre più cruenti. Il gatto, alla fine,  assume una valenza di morte legata ovviamente all’immaginario di Edgar Allan Poe, come metafora mortifera e premonizione di nuovi delitti.

A sentire le parole che Fulci affida al proprio personaggio, è evidente che il regista vivesse una sorta di malessere esistenziale, che poi si è esplicato nella crisi creativa a cui abbiamo purtroppo assistito con gli ultimi suoi lavori. Ci sono anche spezzoni di film ripresi da altri lavori (Il fantasma di Sodoma e Quando Alice ruppe lo specchio), ma non mancano gli omaggi a Mario Bianchi, Leandro Lucchetti, Andrea Bianchi, Giovanni Simonelli ed Enzo Milioni, tutti “pupilli” di Fulci e con almeno un film all’attivo nella serie “Lucio Fulci Presenta“.

La giustapposizione di quei film (che Fulci immagina di inserire, rivivere o lavorare durante le riprese degli stessi) può creare un effetto caotico, soprattutto per chi non conoscesse i suoi vecchi lavori, ma il senso è che quella sovrapposizione si trova alla base della confusione mentale del regista, che è il quid principale dell’opera. Per quanto improbabile nella realtà, l’idea che un regista riveda nella realtà scene tratte dai sui stessi vecchi film è senza dubbio brillante, e riporta l’horror alla dimensione che più gli appartiene (quella allucinatoria, in bilico tra realtà e fantasia) che spesso le produzioni hanno depradato e depauperato negli anni. Perchè in fondo Un gatto nel cervello, nel suo incedere a volte altalenante, è un film sicuramente autentico, che esprime gli orrori vissuti dal regista e soprattutto quelli derivanti dalle incertezze esistenziali, dai dubbi indotti da produttori che credevano sempre meno in una riscossa commerciale del genere. La natura di meta-film viene esplicitata nel finale, liberatorio quanto ingannevole in primissima istanza. A tale riguardo il libro Splintered Visions racconta un aneddoto curioso: sembra che esista un finale alternativo in cui il film viene tagliato prima dell’effettiva conclusione, suggerendo che Fulci fosse un killer anche nella realtà. Nella versione internazionale è stato invece rispettato il director’s cut, che è un insolito quanto inevitabile e rilassante lieto fine.

Il film è presente su Prime Video ed è disponibile in vari edit in DVD, di cui il migliore (3 dischi blu-ray, di cui uno con la colonna sonora) è edito dalla GrindHouse Releasing, in edizione molto limitata.


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