Wrong Turn: tra ragazzi ingenui e villain maligni


Un giovane medico percorre una strada poco percorsa per evitare il traffico: lungo la strada, distratto da un’alce morta per strada, urta contro la vettura di un gruppo di ragazzi, fermi perchè hanno forato una gomma. Il bosco circostante è popolato da un gruppo di deformi maniaci, che usano non soltanto uccidere gli ignari che passano da lì, ma anche cibarsene.

In breve. Il film riprende la storia scozzese (del XVI secolo), tra realtà e leggenda, di Sawney Bean, presunto capo di un gruppo di banditi dediti ad aggressioni, cannibalismo ed incesto. Se si sia trattato di realtà o di mito, poco importa: ce n’è abbastanza perchè il regista ci possa costruire uno slasher essenziale, girato discretamente ma certamente non esente da difetti.

Correva voce che Alexander “Sawney” Bean fosse il capo di un clan di 45 membri, nella Scozia del XVI secolo, noto per essere uno dei primissimi serial killer della storia dato che uccise e divorò oltre un migliaio di persone nell’arco di 25 anni. La fonte della storia dovrebbe risalire al The Newgate Calendar, una sorta di bollettino criminale londinese dell’epoca, ma mancano le prove sostanziali a riguardo: Sawney Bean nel frattempo è entrato nel folklore, diventando una sorta di urban legend sulla quale è stato anche promosso un po’ di sano turismo in zona Edimburgo. 

Non sono pochi gli horror che prendono le fila dalle tradizioni popolari, dai sentito dire e dalle leggende metropolitane, e – di solito – si tratta di film dal taglio realistico e diretto: penso ad esempio a Oltre il guado, a The Vvitch oppure al recente Antrum. Il taglio di Wrong Turn è quello del teen horror, ovvero la consueta formula alla base di qualsiasi slasher: vittime giovani e maniaco (o maniaci, a seconda dei casi) pronti a trucidarli nei modi più fantasiosi. Manca, insomma, il contesto: al posto di Sawney Bean avrebbe potuto anche esserci Ciccio The Killer, e poco sarebbe cambiato. Peraltro, Wrong turn è diventato anche una saga, nel frattempo, in cui la formula è stata evidentemente valutata come funzionante, a testimonianza forse del fatto che le fette di prosciutto sugli occhi della produzione siano, in molti casi, funzionali più che altro agli incassi.

Wrong turn si focalizza sul voler mostrare più orrore che si può, a qualsiasi costo: anche a costo di confondere o annoiare. E se i riferimenti sono ovvi (Non aprite quella porta), questa insistenza diventa, alla lunga, quasi al limite dell’insulso. Schmidt ci prova, ma finisce per spingere troppo sull’avvenenza delle protagonisti, e sul fatto che debbano urlare qualsiasi cosa facciano – senza contare che il lavoro, lato sceneggiatura, sembra un po’ buttato lì, forse frettolosamente. I dialoghi sono uno dei punti più deboli del film, per quello che vale: ad esempi,o quando una delle ragazze fugge via dagli aggressori, urla un leggendario “…ma che intenzioni avranno?” e lo fa nonostante abbia appena visto che le persone in questione sono dei killer. È anche un pochino irritante, del resto, che i personaggi fighi siano anche più portati alla sopravvivenza, mentre i brutti della storia siano solo comodi “materassi” da pugnalare con calma, e senza sforzo da parte dei villain. Neanche i film più beceri e conservatori del passato avrebbero fatto un’assunzione del genere: anzi, in molti casi, era proprio il contrario. Si potrà obiettare che questo genere dia poco margine, ed è vero – ma non giustifica l’impianto, che resta troppo debole e che poi, negli anni, si è rivelato una sorta di saga che, a questo punto, non so quanto e se possa mai essere memorabile.

Peccato, perchè lo spunto di fondo era proprio intrigante: c’era tutto un folklore ben specifico da poter sfruttare ed approfondire. Qui si pensa troppo all’effettaccio, alla ripresa veloce, alla presenza di gnocca e gnocchi (non ci sono scene di nudo, in questo episodio, e la cosa potrebbe quasi sembrare una beffa al quadrato), al jump scare. La cosa assurda è che non c’è neanche tempo per capirci qualcosa in più: il film finisce, mentre il pubblico più stanco è uscito a fumare, con un finale che lascia qualche parentesi aperta e si preoccupa esclusivamente di “cosa succederà” nel secondo episodio.


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