“Non aprite quella porta”: la consacrazione dello slasher horror (T. Hooper, 1974)

“Non aprite quella porta”: la consacrazione dello slasher horror (T. Hooper, 1974)

Un gruppo di ragazzi si imbatte casualmente nei pressi di un ex mattatoio dove abita una famiglia di schizofrenici dalle insolite abitudini omicide.

In breve: dimenticate i quasi improponibili seguiti – e gli ancor più assurdi prequel proposti dagli anni 80 fino ad oggi.  Questo, il primo, è un grandissimo film: sporco, lugubre, realistico e terrorizzante. Probabilmente il migliore e più copiato slasher movie di ogni tempo, oltre che (quasi certamente) il miglior Tobe Hooper di sempre. A tratti insostenibile, uno dei capolavori assoluti dell’horror di ogni tempo.

Pluricensurato in Inghilterra per 25 anni (fu anche uno dei video nasty), massacrato dalla censura tedesca (e almeno fino al 2009 all’indice come opera vietata!), arrivato solo nel 1980 in Australia, talmente spaventoso da risultare insostenibile sin dalle prime scene per parte del pubblico dell’epoca. Acquisito addirittura dal Museo di Arte moderna nello stesso anno in cui, grottescamente,veniva censurato in blocco da vari paesi tra cui la svezia, mentre il finanziamento arrivò ai produttori dagli incassi di Gola Profonda. La ripetizione ossessiva delle gesta di Leatherface, che bracca una ad una le proprie vittime – a cui recentemente è stato dedicato una sorta di ritratto monografico da Bustillo-Maury – effettiavamente ricalca le gestualità, l’essenzialità le situazioni di una qualsiasi pellicola porno. Ma rimane anche vero il carattere profondamente simbolico e sovversivo della trama, che è (e a mio avviso rimarrà sempre) una sorta di parodia surreale della happy family americana, apparentemente costituita da onesti lavoratori (al limite un po’ zoticoni) che poi si scopre essere dedita al cannibalismo.

C’è di più, insomma, rispetto alla pluri-citata motosega Poulan 245A con il logo coperto da nastro adesivo nero. E se il rango di film “artistico” (qualsiasi cosa ciò significhi sul serio) fatica ad uscire fuori, bisognerebbe ripensarne il suo valore di horror ritualizzato, comunque spaventoso ed efficace nonostante l’età e a dispetto del fatto che chiunque, pressappoco, l’abbia visto almeno una volta

L’ispirazione venne ad Hooper, a quanto sappiamo, dalle malsane gesta del reale assassino Ed Gein (quello di cui parlano gli Slayer nel brano “Dead Skin Mask“, per intenderci), in particolare nella disgustosa “maschera di pelle umana” del bestione Leatherface, interpretato da un terrificante Gunnar Hansen. Un’interpretazione davvero inarrivabile quella dell’attore, perchè arricchita da letture personali del copione: ad esempio, pare che la decisione di rendere il personaggio incapace di parlare e mentalmente ritardato fosse sua, sempre sotto la supervisione di Hooper.

La storia del film, intitolato nell’ordine “Leatherface“, “Head Cheese” e “The Texas Chain Saw Massacre“, è quella di cinque giovincelli che viaggiano per visitare la tomba del nonno di una di loro, e si imbattano, alla ricerca di un distributore di benzina, in una famiglia di veri e propri schizoidi. La trama è un semplice pretesto per inscenare un po’ di gore contro alcuni coetanei di circa la metà del pubblico medio di questo film, anche se l’idea di ribaltare la rassicurante, perbenista e puritana “american family” in chiave addirittura cannibalica non è affatto male. Non è nemmeno un caso che l’eroina di turno sia una donna, e che riesca a sopravvivere scoprendo capacità di sopravvivenza che, probabilmente, nella vita ordinaria di quel personaggio non avrebbe mai avuto.

Questa chiave di lettura è stata peraltro rispettata, come gran parte delle scene clou presenti, nel quasi-remake Skinned Deep e in buona parte degli horror di Rob Zombie. Il film scorre rapidissimo, incentrato sulla figura della “maschera umana” e della sua forza fisica disumana, regalando (?) allo spettatore sequenze realmente paurose, come Pam appesa ad un gancio da macellaio e costretta ad assistere alla morte del fidanzato, o il killer che rincorre ad enormi passi una delle vittime brandendo una sega elettrica. Altra scena cult si verifica quando Kirk va a chiedere aiuto entrando in casa, e Leatherface lo tramortisce e lo trascina dentro, sbattendo violentemente la porta metallica scorrevole mentre la camera resta fissa, come se si trattasse di uno snuff.

Appare piuttosto improbabile, ad ogni modo, che i fatti raccontati siano realmente accaduti (come recitava una delle tagline originali), visto che per Hooper sarebbe stato facile beccarsi una denuncia e dato che, in tempi più recenti, i registi di film del genere hanno preferito glissare i riferimenti reali, proprio allo scopo di evitare problemi legali coi parenti delle persone coinvolte (vedi Henry – Pioggia di sangue, che si ispira esplicitamente ad un serial killer). Se questo esempio non basta, basti pensare che “Non aprite quella porta” fu girato dal 15 luglio al 14 agosto 1973, mentre la narrazione iniziale fa riferimento ai supposti avvenimenti veri il 18 agosto dello stesso anno, e sempre che Hooper non sia un… veggente.

Format tipicamente da cassetta quello di “Non aprite quella porta“, eppure in grado di esprimere una vera e propria corrente artistica nel settore: girato con pochi mezzi, con qualità dell’immagine ai limite dell’amatoriale e con pochissimi dialoghi: è l’ideale b-movie per una serata spaventosa – sulla falsariga di “ …non hai mai visto Non aprite quella porta, l’originale?” – o, se preferite, per un grindhouse puro, senza la pretesa di lanciare chissà quali messaggi bensì “solo” di osannare quel “cinema limite” che sarebbe poi stato rifritto e rigirato, raramente con successo, per quasi quarant’anni dall’uscita di questa pellicola.

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