Parliamo ovviamente della leggendaria telenovela messicana, vincitrice del Telegratto nella categoria “Soap operas e Telenovelas” nel lontano 1994. Naturalmente non è vero: faccio riferimento al (poco noto, credo) road-movie targato David Lynch, interpretato da Laura Dern e Nicolas Cage, che condivide il titolo con la famosa (?) soap che ha fatto sognare (?) anche in Italia.

Non posso fare a meno di rimarcare, prima di passare ai contenuti del film, l’omonimia con l’orrida produzione sudamericana che ha ammorbato le nostre esistenze (e di molte delle nostre zie, nonne e mamme); essa credo peraltro che abbia contribuito, almeno nel Belpaese, ad oscurarne in parte i meriti – piaccia o meno.

Un uomo ed una donna si trovano ad essere separati dalla sventura: per una circostanza sventurata Sailor Ripley è stato messo in carcere per aver ucciso un uomo che avrebbe voluto aggredirlo. Quasi tre anni dopo, la giovane compagna di sempre Lula Pace va a prenderlo dalla prigione e, dopo i sacrosanti convenevoli – ad esempio: fare sesso – la coppia di fedelissimi decide di violare la libertà vigilata e dirigersi alla volta di New Orleans.

Nel frattempo la madre di lei ha assoldato un feroce killer per far fuori l’odiato Sailor, colpevole di non essersi concesso per una sveltina con la vogliosa futura suocera. Non vi dico altro, perchè il film merita davvero di essere gustato dall’inizio fino all’incredibile ed allucinato finale.

Come immaginate questa versione lynchiana di “Assassini nati“? Esattamente come potete supporre senza averlo visto: imprevedibile, surreale e caratterizzato da una certa violenza di fondo. Sebbene non si tratti dell’aggressività, per così dire, che potrebbe avere un film qualsiasi di Quentin Tarantino, il film è incentrato su una storia crudele contornata dalla singolare storia d’amore che si sviluppa tra un criminale dal cuore d’oro ed una giovane donna.

E non temiate nemmeno di avere di fronte un film prevedibile e scontato, perchè posso garantirvi che non sarà affatto così: del resto, si tratta di Lynch. Se dunque il sangue – e la vendetta – sembrano essere l’ingrediente di fondo, assistiamo ad una singolare rielaborazione del viaggio riportato ne Mago di Oz.

Solo il fan nudo e crudo, a quel punto, sa cosa aspettarsi quando David mette mano ad una pellicola, improntata al suo consueto weird di fabbrica (qui piuttosto sulla falsariga di Twin Peaks, ma senza le esagerazioni di quest’ultimo), con un risultato finale originale, suggestivo e piuttosto “digeribile” – almeno per metà film – anche per lo spettatore meno avvezzo al cinema più bizzarro.

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Bizzarrìa di fondo che, nonostante tutto, non manca di manifestarsi fin da primo istante, nel quale vediamo il personaggio di Cage uccidere senza pietà lo sconosciuto che lo aveva avvicinato per farlo fuori. Questa violenza assume un carattere morboso, esaltato da momenti meramente splatter. Colonna sonora dei momenti più movimentati, neanche a dirlo, i thrasher Powermad (il pezzo ripetuto fino all’ossessione nella colonna sonora è il riff principale di Slaughterhouse), colonna sonora di un siparietto con il protagonista semplicemente da incorniciare. Tra le piccole curiosità, vedere ballare da veri “truzzoni” i due protagonisti di fronte alla band di Joel DuBay e Jeff Litke – neanche se stessero suonando i Cugini di campagna – potrebbe colpire duramente il cuore dei metallari più oltranzisti.

Quindi, in generale, reggetevi forte, perchè certe situazioni potrebbero fare alzare più di un sopracciglio, ed il surrealismo non sarà necessariamente familiare o accettabile per tutta la popolazione della Terra. Un buon film, in definitiva, per un Lynch insolitamente esplicito e capace di mettere insieme un puzzle disgustoso per certi versi (gli scarafaggi) e romantico per altri (Love me tendeeeer…), con un buon soggetto ed un’interpretazione all’altezza della situazione (nonostante Cage che, di solito, raramente spicca).

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01/04/2019