Elvis: il biopic di Baz Luhrmann sul Re del Rock and Roll

Il 16 agosto del 1977 Elvis Presley, musicista e attore classe 1935, viene trovato a casa privo di vita, ucciso da un arresto cardiaco o (circostanza mai chiarita ed oggetto di mille leggende urbane) da un’eccessiva dose di barbiturici. Personaggio iconico della cultura pop statunitense, forse uno dei più emblematici mai prodotti, Presley lascia un’eredità impressionante sul mondo della musica, essendo uno dei principali interpreti di ciò che sarebbe di lì a poco diventato il rock, così come lo conosciamo oggi. Il nuovo film di Baz Luhrmann (accolto a Cannes da ben 12 minuti di applausi) suggerisce un tono narrativo confidenziale, ammiccante, abile nel riferire gli aspetti essenziali per lo spettatore alla ricostruzione del personaggio, e trattare dell’ascesa alla fama della rockstar americana tra le più celebri di ogni tempo – contrapposta e sviluppata in parallelo a quella del suo controverso manager, il Colonnello Tom Parker (pseudonimo adottato realmente dal personaggio fino alla successiva scoperta della sua identità, profondamente indebitata, di Andreas Cornelis (Dries) van Kuijk).

Il regista affida lo script e la sceneggiatura a se stesso e a Sam Bromell, Craig Pearce e Jeremy Doner, producendo l’ormai topico biopic musicale incentrato su una star, le sue contraddizioni, i suoi eccessi, i brani più iconici e il suo lato umano, sociale e finanziario, sulla falsariga di quelli già usciti sui Queen, sui Motley Crue e chi più ne ha, ne metta. La storia di Elvis assume un contorno fin da subito epico, tant’è che viene citata più volte la sua passione per i supereroi dei fumetti (Capitan Marvel Jr., nello specifico) e la sua immedesimazione negli stessi. Un supereroe da palco che visse per il proprio pubblico e per le esibizioni live, esplicitando il proprio amore con circostanze famose riportate nel film tra cui una delle più celebri, realmente accadute: Elvis che scende dal palco durante Love me tender e bacia numerose fan di fila.

Elvis in questa veste assume un sapore quasi titanico, che non appesantisce mai la visione (quasi tre ore di pellicola, per inciso) e che consacra quella che viene considerata la prima autentica rockstar internazionale della storia, collocandola in un contesto sociale preciso (l’America conservatrice e bigotta della segregazione razionale), e mostrandone un lato politico e socialmente impegnato. Aspetto, quest’ultimo, su cui ci sarebbe da discutere, e che sembra contraddire l’idea che va per la maggiore che vedeva in Elvis e nei Beatles il lato “pulito” e solo parzialmente trasgressivo del rock. Certo, è vero che Elvis interpretò If I can dream dopo la morte di Martin Luther King e In the ghetto in ricordo delle sue origini a contatto con musicisti afroamericani, ma la regia lo rende quasi una sorta di attivista che rifiuta addirittura di seguire le indicazioni degli sponsor per eseguire un brano che avesse valenza sociale. Si potrebbe verificare o smentire dati alla mano (quasi certamente i progressisti ne usciranno delusi, temiamo), ma per il contesto narrativo creato dal film la scelta è da considerarsi semplicemente sublime.

Luhrmann dirige la storia in modo vivace, colorato, con un montaggio serrato e scenari coloratissimi, esplosivi, scintillanti,  degni della Las Vegas del lusso, della bellezza sfavillante, del gioco e del divertimento, in cui Elvis vive per ciò che fa e si ritrova in crisi per essere alla lunga sfruttato dal music business. Fa sorridere che la regia voglia esprimere  tutto questo ricorrendo alla natura cinica e ludopatica di un archetipico Colonnello Parker, un Tom Hanks quasi irriconoscibile rispetto alla media, ponendolo in un rapporto di amore-odio alla fragilità interiore di Elvis (Austin Butler, che condivide realmente antenati comuni con Elvis, secondo IMDB di sedicesim grado), il quale soffre di sindrome di attaccamento verso la figura materna e proviene da una situazione familiare a dir poco complicata, con un padre pieno di debiti.

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Le situazioni che vediamo sono quelle classicissime dei biopic: le umili origini, i vizi mai rimossi (che poi diventeranno dipendenze), l’ascesa nell’olimpo dei VIP, l’aspetto umano, la caduta. Eppure va riconosciuto a questo film una differenza dalla media, ovvero la capacità di mettere in piedi una regia frenetica, imprevedibile, quasi visionaria in alcuni passaggi (ad esempio: Parker vecchio e malato che, con tanto di flebo, si aggira dentrò un casinò vuoto). Si potrà ovviamente discutere della fedeltà della storia rispetto a quanto realmente accaduto, ovviamente, e non mancherà chi si prodigherà di farlo al posto nostro, ma riteniamo questo aspetto il meno interessante di tutti – tanto più che, in questi casi, i “true fan” difficilmente vengono a raccontare che la storia sia fedele o verosimili. Elvis è un film che funziona, coinvolge fino a quel finale con climax disperato e degno del “canto degli Cigno” e poi finisce, affidando alle consuete considerazioni lapidarie (leggasi: titoli di coda su com’è andata a finire) le ultime conclusioni e ricordandoci che, in questo mondo disperato e incomprensibile, è esistito / esiste Elvis Presley ed esiste il rock’n roll ancora oggi, per provare a superare le difficoltà, le intolleranze, la violenza e le differenze.

Elvis si esibisce inizialmente nei piccoli locali e nei pressi dei circhi, facendosi seguire prima dal cantante country Hank Snow e poi dal sedicente Parker, uomo misterioso e calcolatore che intravede una show di Elvis e rimane stregato dal suo ancheggiare, lo stesso che lo ha reso iconico e fa letteralmente impazzire il pubblico femminile. Sono le immagini che abbiamo visti in mille documentari e programmi TV su Elvis, alla fine: donne, quasi esclusivamente bianche, giovani e avvenenti, che piangono, urlano e si disperano nel poter vedere da vicino il proprio idolo. Per quanto questa immagine dell’Es freudiano, l’istinto dei fan, possa sembrare oggi stereotipata, è sicuramente fedele alla percezione giornalistica dell’epoca (e in parte anche a quelle parruccona che racconta dei “ggiovani” che vanno ai concerti dei loro idoli), abile a montare il personaggio come a sgonfiarlo all’occorrenza qualora non fosse conforme alle volontà dei produttori e sponsor chiusi nella stanza dei bottoni. Il Super-Io della società retrograda e bigotta dell’epoca sopravvive ancora oggi, e a completare il quadro psico-analitico c’è Elvis, l’Io superiore alla media e osannato dai più che un po’ tutti, a volte, vorremmo essere.

È vero, Elvis indulgiava in eccessi, o almeno in ciò che all’epoca era considerato tale – ancheggiare sul palco, alla peggio mimare un amplesso tra le fan in visibilio – il che sembrava avere una valenza scandalosa, da arresto sul palco (cosa mai avvenuta nella realtà, dato che venne sì arrestato due volte ma per motivi più light: per eccesso di velocità – boring… – e per aver provocato disordini ad una stazione di benzina). Quell’eccesso del resto tutto dalla musica afroamericana a cui Elvis si rifaceva, che la regia ricostruisce e richiama con piglio quasi filologico: il rhythm and blues cui era cresciuto, ed aveva mantenuto e intratenuto buoni rapporti, contaminandosi fin dalle origini di black music e portandola un po’ per volta, e in maniera più o meno marcata, nella propria produzione.

Elvis è un film che, in definitiva, merita la visione anche solo per curiosità, ovviamente a patto che sappiate di chi stiamo parlando e che magari un po’ di rock scorra nelle vostre vene.

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