Il disco volante: quando Tinto Brass girò quel singolare film di fantascienza


Il disco volante racconta, con un taglio prima documentaristico poi da commedia all’italiana, l’arrivo di un gruppo di alieni in un paesino del profondo Veneto: un’indagine che farà emergere scheletri nell’armadio di ogni ordine e grado, da tradimenti insospettabili a vizi nascosti nella popolazione. Curiosamente, l’intreccio appare possibilista sull’esistenza degli UFO, anche se il focus viene più che altro spostato su vizi (tante) e virtù (pochissime) dell’italiano medio dell’epoca.

G’ho trovà un marsian!

Siamo nel 1964, ed film si avvia come un mockumentary (o falso documentario) a tutti gli effetti: a cominciare dalle interviste ai vari abitanti del paese in cui avvengono i fatti. Pare che siano arrivati gli alieni in zona, e che molti li abbiano visti a bordo di un’astronave argentat. Quasi un Unsolved Mysteries almeno una ventina di prima, quantomeno nei presupposti: ma il tono è satirico e sembra più interessato alla critica sociale che a far comprendere se esistano o meno altre forme di vita. Sembra anche esserci di mezzo una sorta di psicosi collettiva (trattandosi di Brass, non poteva che essere dovuta ad un mix di perbenismo, mitomania ed astinenza sessuale), che non si capisce se renda credibili o meno i testimoni.

L’ambiente provinciale viene evidenziato da un marcato uso del dialetto veneto, che poi caratterizza quella che diventa una gradevole commedia dai tratti surreali, alternando la presenza di alieni coerenti con l’immaginario anni 50 e 60, con siparetti da cinema neo-realista (per quanto le stelle nel film non manchino: Alberto Sordi e Monica Vitti, su tutti).

A condurre questo conciso film di metà anni sessanta, con musiche di Piero Piccioni e regia di un Tinto Brass agli esordi, un immenso Alberto Sordi, che interpreta ben quattro personaggi: un brigadiere vittima della sua stessa burocrazia, un parroco alcolizzato e malvoluto dalla comunità, un conte femmineo (interessatissimo ad avere un bell’alieno tutto per sè, un po’ come nel Rocky Horror Picture Show) ed un impiegato con velleità da scrittore, amante della moglie del primo cittadino. In alcune sequenze, grazie ad un abile uso del montaggio (certamente innovativo per l’epoca) vediamo Sordi interpretare personaggi diversi, sia in ambienti differenti che in momenti caratterizzati da continuità scenica (il bar in cui giocano a carte vari personaggi, ad esempio).

È qui che sta germinando il mood giocoso e irriverente che avrebbe reso celebre il regista, ancora privo di esperienza nel mondo della cinematografia erotica, evidentemente in risposta all’atteggiamento colto e serioso di buona parte della società dell’epoca. Società che, di fatto, sembra raffigurata dal personaggio di Sordi, il quale cerca di sedurre romanticamente l’amante (moglie del sindaco) ricorrendo ad un linguaggio colto ed aulico:

dare un senso alla vita può condurre alla follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio, è una barca che anela al mare eppure lo teme…

alchè la donna (Monica Vitti) laconicamente risponderà:

dime porca, che me piaze de più!

il che sarà anche una frase ricorrente nella cinematografia successiva del regista.

Non è impossibile che si tratti del primo film a tema fantascientifico italiano, motivo di importanza implicita del lavoro stesso anche se poi, a conti fatti, è chiaro che l’ufologia è solo un pretesto kitsch da z-movie, da usare come contesto per alludere ad una metafora di repressione e psicosi generalizzata, neanche troppo implicita (in un’occasione l’UFO è “caldo”, “bello” ed ha la forma inequivocabile di una vagina).

Un alieno che pero’ sembra effettivamente reale viene catturato da una delle donne del paese, che pensa di lucrarci e chiedere un riscatto prima di consegnarlo alle autorità (senza riuscirci, ovviamente). Per raccontare la storia, la sceneggiatura ricorre anche alla figura di uno psicologo, che spiega (tra il serio ed il calembour dialettale) cosa sarebbe accaduto ad una donna che ha raccontato al brigadiere di essersi ritrovata un alieno di sesso maschile nel giardino:

È una classica nevrosi da transfert: da bambina era innamorata di suo padre, poi sposò un uomo grossolano, in cui non ritrovò suo padre. […] Lei vede nel marziano nudo l’uomo ideale, padre e amante insieme. In transfert, diventa un semi-dio. Tant’è vero che viene dal cielo per amarla e proteggerla.

Queste tonalità cerimoniose, tipiche di chi vorrebbe darsi un tono senza averne diritto, sono molto frequenti nel film, sembrano di derivazione da commedia teatrale pura e non sfigurerebbero, probabilmente, nella verbosità tipica di alcune commedie di Achille Campanile.

Gli alieni vengono temuti, e sono rappresentati come umanoidi ambisesso con una sorta di scafandro, con la caratterizzazione che doveva essere tipica dell’immaginario dell’epoca, ereditata anche dai primi fumetti di fantascienza.

Seguendo il flusso narrativo, peraltro, si evidenzia come non si tratta di una metafora fine a se stessa, dato che chi ha dichiarato di aver visto l’alieno è impazzito e viene anche, come si scoprirà, creduto pazzo e sottoposto ad elettroshock. La regia di Brass è ancora lontana da ciò che lo avrebbe reso celebre nel seguito, ma si nota (in alcuni passaggi che inquadrano gambe femminili, soprattutto) già qualche accenno di inquadratura decisamente personale.

Un film reperibile solo in VHS, al momento, per cui ci auguriamo possa uscire una versione rimasterizzata degna di questo nome.

Marsicano: Mi chiamo Dario Marsicano, impiegato al telegrafo. Ho scritto 11 commedie non rappresentate e 3 romanzi inediti.
Cronista: Bravo!
Marsicano: Ci sono in provincia scrittori che a Roma vengono boicottati dai soliti Moravia e dai soliti Pasolini!
Cronista: Eh, giusto..
Marsicano: Devo ripetere?
Cronista: No, grazie, basta così!


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