Starman (J. Carpenter, 1984)

Gli esseri umani inviano una navicella spaziale con dei messaggi pre-registrati alla ricerca di esseri extraterrestri: qualche tempo dopo un messaggero di un altro pianeta arriva sulla Terra, ma viene attaccato perchè creduto un meteorite. A questo punto l’essere si rifugia a casa di una vedova, prendendo le sembianze del marito per farsi accettare di buon grado…

In breve. Fantascienza mansueta e alla portata di tutti, si muove sulla falsariga di E.T. e si basa quasi del tutto sul sentimentalismo a go-go; la regia è solida, ampiamente riconoscibile e Carpenter non si risparmia qualche “perla”. Da vedere almeno una volta nella vita.

Starman è un film poco noto ed altrettanto anomalo di John Carpenter, che vanta nel proprio curriculum discrete prove su generi piuttosto distanti dai suoi standard: che purtroppo, o per fortuna, non farà più nel seguito. Al di là della retorica sentimentalista che accompagna il film (adesso che è morto mio marito troverò l’uomo della mia vita nello spazio), unita ad un senso di solitudine lungo e doloroso (adesso che è morto mio marito troverò l’uomo della mia vita nell’ospizio), ciò che realmente trovo fuori luogo in Starman –  e non solo io – è la retorica sugli alieni “boni come il pane” (in tutti i sensi, verrebbe da dire), la quale, soprattutto vista oggi, suscita lo stesso mix di tenerezza e disgusto che si prova verso chi, deluso in amore, decide di ripiegare allevando api o comprandosi un criceto. Che non c’è niente di male nel farlo, per carità, e non c’è niente di male nel farsi piacere sia Starman il quale, per dirla facile-facile, non è mai stato un brutto film.

Intendiamoci, non abbiamo di fronte l’ennesimo saggio horror/fantascienza del regista, nel senso che siamo lontanissimi dai capolavori che girò anche nel seguito, e non si tratta diun film circondato da inquietanti creature deformi: semmai, gli esseri più abominevoli mostrano di essere giusto gli esseri umani, che prima inviano una navicella spaziale con dei messaggi in tutte le lingue e poi bombardano senza un domani proprio gli esseri che avevano invitato. Il pessimismo antropologico è quello di sempre, e  anzi Carpenter non si risparmia qualche siparietto ironico-parodistico: ma è l’amore, alla fine, l’unico che potrà salvarci tutti. Poi ovviamente se uno è sfigato è sfigato, specie se – come nel caso in esame – si vede morire il marito praticamente per due volte di fila.

Il problema vero di Starman non è quindi legato alla rappresentazione dell’Amore con la A maiuscola, che quella ci starebbe pure (ed aiuta a smontare la mitologia di un Carpenter spigoloso, cinico e poco avvezzo a queste cose); il problema vero è legato al focus dell’obiettivo troppo morbosamente concentrato sul rapporto alieno-donna, probabilmente nel tentativo di piacere ad ogni costo, col risultato di riuscire a stancare facilmente anche lo spettatore più propenso al volemose bbene. Se si riesce a passare su questo, e ci si lascia incantare dalla buona interpretazione della coppia Bridge-Allen (soprattutto il primo, che decide di caratterizzare il proprio personaggio facendolo muovere per quasi tutto il film con i sussulti e le movenze di un uccello, e che pare abbia studiato ornitologia prima di calarsi nella parte), Starman è un buon film e neanche sul finale straziante riesce a smentirsi. Che poi non sia a livello di Halloween o de Il seme della follia mi sembra una banalità, ma preferisco scriverlo per evitare che qualcuno fraintenda.

Basta attivare il bottoncino della “sospensione dell’incredulità” , rilassarsi per qualche minuto dalla visione di generi più impegnativi per farsi piacere anche solo un minimo questo lavoro: e, anzi, può essere la scusa per sondare ancora meglio le doti eclettiche del regista americano, qui impegnato a girare per puri scopi di “pagnotta” dopo l’insuccesso, davvero inspiegabile se ripensato oggi, del suo precedente “La cosa“.

Leggi anche