Il mulino delle donne di pietra (G. Ferroni, 1960)

Uno studente di arte si reca al famoso mulino di Gregorius Wahl, artista piuttosto eccentrico che ha costruito un enorme carillon con statue di pietra a grandezza naturale. Egli sembra nascondere un orribile segreto legato alla propria figlia, che presto si rivelerà agli occhi dello sventurato…

In due parole. Piccolo capolavoro del gotico italiano, una perla davvero imperdibile. Ben costruito, discretamente recitato e molto interessante come prodotto d’epoca. Merita certamente una visione se siete fan di Bava ed Argento, mentre l’unica vera pecca è riscontrabile nel ritmo, decisamente da film d’altri tempi.

Rielaborazione in chiave horror-gotica da parte dell’italiano (precisamente di Perugia) Giorgio Ferroni, costruito su una trama piuttosto classica: non sono un amante sfegatato del genere, e difficilmente riesco a mantenere viva l’attenzione di fronte ad un’opera siffatta. Il più delle volte, in effetti, mi trovo di fronte a dettagli teatraleggianti ed effetti improvvisi che mantengono, per me – spettatore smaliziato di oggi, un minimo di curiosità storica, o poco più. In questo caso, nonostante qualche limite di budget, bisogna riconoscere che il regista ci ha saputo fare. Evitando di mostrare atrocità in primo piano, e costruendo una trama piuttosto solida (con gli occhi moderni diremmo forse vagamente “stereotipata”), “Il mulino delle donne di pietra” riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore, inondando lo schermo con il suo macabro romanticismo.

La storia, nonostante si tratti di un film di oltre 50 anni fa, per certi versi è addirittura moderna, e fatte salve le conoscenze scientifiche aggiornate potrebbe avere una sua credibilità al giorno d’oggi: una rielaborazione del mito di Frankenstein, in sostanza, con qualche piccolo dettaglio debitamente aggiornato. Se non fosse per il fatto che la prima parte del film suona inevitabilmente datata e poco interessante per i più, saremmo certamente di fronte ad uno dei migliori gotici del periodo.

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