L’ultimo treno della notte (A. Lado, 1975)

In breve. Uno dei fondamentali del genere rape’n revenge, diretto ed interpretato magistralmente. Un cult che ha fatto scuola.

Uno dei motivi ricorrenti del cinema di genere anni 70 italiano è senza dubbio la rappresentazione esplicita della violenza, ed in questo l’opera di Lado fa scuola. “L’ultimo treno della notte” racconta la storia di due ragazze che, durante un viaggio in treno, vengono a contatto con due balordi ed una signora apparentemente molto distinta. Le due ragazze che potrebbero essere indirettamente parenti di quelle dei primi film di Wes Craven, con il non indifferente dettaglio che qui siamo in anticipo di qualche anno.

L’incubo si materializzerà durante la notte, poichè i due uomini abuseranno delle ragazze (uccidendole dopo una crudele e lunghissima agonia), mentre la donna borghese (Macha Meril, la medium di Profondo Rosso) si troverà incredibilmente a collaborare ai misfatti, istingando la violenza sulle due innocenti e stringendo alleanza – per pura convenienza – con i più forti.

L’esplosione di efferatezze (lunghissime, insostenibili e filmate magistralmente) avviene quindi all’interno del mezzo, completamente deserto ed autentico teatro di follia e claustrofobia. C’è spazio per digressione e violenze anche del tutto inattese, che confermano un lugubro e cinico pessimismo sul genere umano.

Nel frattempo siamo giunti proprio alla stazione dove i genitori di una delle ragazze sono in attesa delle figlie: c’è tempo per ulteriori ramificazioni della trama e, naturalmente, un colpo di scena finale che lascerà forse stupefatti anche il pubblico più malizioso. Un cocktail cinematografico perfetto, in definitiva, di cinema di genere (spesso accusato di essere reazionario) e denuncia politica molto spinta.

Nonostante qualche difetto tutto sommato accettabile – ma dovremmo parlare più di sbavature nel senso di elementi che servono, di fatto, a direzionare la trama – L’ultimo treno della notte” si configura come uno dei capolavori del cinema di genere, carico non solo di scene agghiaccianti, cinismo e claustrofobia, ma anche di accenni e simbolismi socio-politici che potrebbero dare da riflettere in seguito. In definitiva uno dei migliori (e meglio interpretati) film italiani di genere di sempre.

La critica dell’epoca, comunque, pare non riuscisse a cogliere metafore sesso/potere e violenza/governo che oggi sembrano quasi ovvie, e parlò di “lezione presunta (che) si trasforma in esaltazione della violenza” e addirittura di “pornografia della violenza che raggiunge […] espressioni davvero fastidiose (fonte).