L’ultima casa a sinistra (W. Craven, 1972)

Due ragazze si recano in città per vedere un concerto de “I sanguinari“: la loro ingenuità le porterà tra le braccia di un gruppo di balordi, che finiranno per violentarle, umiliarle ed ucciderle. Poco dopo i cattivi capiteranno casualmente nelle grinfie dei genitori di una delle due vittime…

In breve. Film crudele ma acerbo, ovviamente un must per ogni appassionato di cinema estremo, essendo un’opera prima. Grandissima interpretazione di David Hess, qualche non-sequitur nel montaggio ed un risultato finale che spiazza e disgusta. Creato appositamente per creare shock nella spettatore, insiste su dettagli sgradevoli, e modella un pulp a doppia facciata: sanguinario e brutale nella prima parte, se possibile ancora peggiore nella seconda. Craven volle shockare il pubblico mostrando un doppio “lato oscuro”: quello dei criminali riconosciuti come tali e quello delle vittime di violenza, capaci di inscenare una reazione ancora peggiore.

Il “rape’n revenge” nasce (in modo forse inconsapevole) nel 1972 con “L’ultima casa a sinistra“: la dinamica del film è nota, dato che nella prima parte due ragazze vengono rapite e violentate, nella seconda – per circostanze forse un po’ forzate, a ben vedere – scatterà una feroce vendetta da parte dei genitori. Il film è tutto qui, condito dai soliti poliziotti imbecilli, dalle ragazzine irresponsabili e fin troppo ingenue (“…e la vita mi sorride!“) e dai maschi sadici in cerca di un dove in cui infilarsi, possibilmente provocando più dolore possibile. La reazione a questa cattiveria non si farà attendere, nè si farà pregare, ed è questo il reale focus di un film che condivide parecchio con un altro epigono del genere – a mio avviso migliore di questo – che uscirà solo sei anni dopo: I spit on your grave (M. Zarchi, 1978).

L’ultima casa a sinistra a mio avviso finisce per stonare rispetto al resto della produzione di Craven, in cui (quasi sempre) esiste un sottotesto specifico che giustifica orrori e violenze; qui si riscontra una certa aria di vaga gratuità, che finisce per non essere un punto a favore. Come se non bastasse, “L’ultima casa a sinistra” è un po’ penalizzato da un doppiaggio approssimativo in italiano, per quanto possa essere diventato un film memorabile nel panorama exploitation: pochi anni prima, per la cronaca, Craven aveva aiutato Cunningham a girare il porno “Together“, e questo probabilmente finì per condizionare l’approccio. Tempo dopo, il regista raccontò che il film avrebbe voluto esorcizzare le violenze inutili della guerra in Vietnam, ma questa lettura risulta forse un po’ sconnessa rispetto a quello che vediamo.

Momenti insostenibili che non si contano, quindi, come quello in cui i criminali obbligano la ragazza ad urinarsi addosso o la tremenda castrazione a morsi, che rendono L’ultima casa a sinistra l’equivalente dello splatter morboso di Buio Omega e del suo delirio sanguinolento spinto al parossismo. Qui, pero’, sembra tutto realistico, tanto da evocare una sorta di documentario snuff: la cosa che disturba de “L’ultima casa a sinistra“, alla fine, a parte la terrificante musichetta country ed i paralleli tra il pulp e la spensieratezza piccolo-borghese dei genitori della protagonista, è come la storia appaia realistica quanto fine a se stessa: è vero, esiste la famiglia puritana da una parte ed il gruppo di balordi dall’altra, e quando si tratta di sadismo non si lasciano pregare in nessun caso, ma è troppo sbrigativo e semplicistico nascondersi dietro al paravento della “rappresentazione della crudeltà” o di qualsiasi sociologia.

Semplicemente perchè qui non si riscontra null’altro, è un horror crudo, questo è l’orrore allo stato brado e non sembra interessato a mostrare null’altro se non questo. E se non c’è un vero sottotesto (e in questo vado consapevolmente controcorrente) e se si tratta un tema così con questo approccio, dobbiamo dedurre che Craven abbia voluto fare intrattenimento mediante violenza gratuita, con tutto il ridimensionamento che ne consegue. I personaggi sono accomunati dall’insana voglia di violenza, che esplicano alla prima occasione contro la vittima di turno, ed il quadro si sforza massimamente di essere vero, ma serve soltanto ad auto-alimentare il film stesso. Quindi il cane si finisce per mordere la coda più di una volta, e questo renderà un seminale “L’ultima casa a sinistra” fonte di ispirazione per molti altri registi.

Tutto il resto, filmicamente parlando, resta perfetto, dalla caratterizzazione dei personaggi all’imprevedibilità degli eventi, oltre ad un gore ben dosato: la violenza è esplicita, ma prima di ogni altra cosa sempre psicologica, atta ad indurre terrore prima che ad uccidere. Non male il tema della perdita dell’innocenza (ispirata a “La fontana della vergine” di Bergman, 1959). Molto dipenderà quindi dalla sensibilità dello spettatore, ma le punte di sadismo raggiunte da Craven tendono pericolosamente verso una rappresentazione vuota – per non dire snuff – della violenza, tanto che nell’Italia settantiana qualcuno avrebbe parlato inevitabilmete di giustizialismo (è pur sempre uno dei tanti Nasty Movie inglesi, alla fine). Sarebbe stato diverso se si fosse fatto evitando quella scritta all’inizio (“questo film è stato proiettato nelle università come monito ai giovani“), trovata a mio avviso abbastanza discutibile: quell’avviso è funzionale alla paura e va bene, ma cambia completamente la prospettiva di valutazione. Questo, beninteso, non interessa ritmo, trama e recitazione che sono tutte di buon livello, ma riguarda esclusivamente una possibile post-lettura del tutto, dopo quasi quarant’anni dall’uscita del film.

Il remake che è stato girato nel 2009 conferma tristemente, del resto, che l’opera è stata accuratamente predisposta per essere “di cassetta”, e dubito che oggi abbia potuto turbare più di allora. “Se non volete svenire (sic) continuate a ripetervi: è solo un film, è solo un film“, recitava la tagline, con tanti auguri di buona visione: probabilmente uno dei primi film che finisce per compiacersi delle efferatezze che mostra, con un risultato tutt’altro che ridicolo, ma lontano dai livelli a cui saprà spingersi il genere alimentando, al contrario, un preciso messaggio e sottotesto (vedi ad esempio A Serbian film): della serie “non male, ma si può fare di meglio“.

Tra le curiosità David Hess interpreta una parte molto simile, se non identica, a quella che gli confezionerà negli anni ottanta Ruggero Deodato, in La casa sperduta nel parco.

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