1408 (M. Håfström, 2007)

Mike Enslin, scrittore di serie Z che sbarca il lunario con libri su case stregate (o presunte tali) si reca all’interno dell’ennesimo hotel nel centro di New York, alla ricerca di ispirazione: l’obiettivo è quello di visitare la camera 1408, ancor di più perchè il direttore dell’hotel sembra volerglielo impedire con ogni mezzo. Cosa si nasconde nella stanza proibita?

In breve. Ineccepibile da un punto di vista narrativo, anche perchè la lezione del Carpenter anni 90 è passata molto bene (Il seme della follia), oltre che i flashback continui, incessanti e spiazzanti, sono quasi perfetti: del film in sè, tratto da un racconto breve di King, non si può dire altrettanto bene, e questo per via di una trama diluita fino all’inverosimile.

Mr. Halloran, che cosa c’è nella camera 237? – Niente! Non c’è niente nella camera 237. Ma tu non devi andarci assolutamente, non devi comunque. Devi restarne lontano, Danny…

Le parole del  rassicurante cuoco di Shining – che qui cito solo per associazione di idee – sembrano risuonare all’interno di questo film del 2007 basato, in parte, sui medesimi assunti del capolavoro di King: ancora una volta lo scrittore americano propone un luogo chiuso e claustrofobico come metafora di qualcosa di disumano, un catalizzatore di follia umana che sopravvive nel tempo e nello spazio, e che si mostra crudele ed indifferente come gli inquientanti mostri partoriti dalla mente di Lovecraft. Ancora una volta un hotel che nasconde segreti e che è capace di tirare fuori il peggio dell’uomo, dunque: ma i parallelismi con Shining devono per forza fermarsi qui. 1408 – il numero della (nuova) stanza maledetta, scelto da King perchè si richiama al numero 13 (13=1+4+0+8) – si caratterizza per una serie di qualità, anzitutto, non da poco: in primis una struttura narrativa impeccabile, nonchè una separazione chiara e netta tra i diversi personaggi, che escono fuori in maniera nitida ed accattivante (sia il Cusack versione paranoide, per intenderci, che il mefistofelico Jackson, un direttore che evoca direttamente il custode di Shining).

Ottimi presupposti fin dall’inizio, quindi, per quanto – a ben vedere – lo spettatore possa alzarsi dalla poltrona a fine film con la sensazione di essersi perso qualcosa. È in effetti la sensazione tipica degli horror “medi” che abbiano a che fare col sovrannaturale, e che lasciano il “non detto” in ostentata bella mostra e come scusante per non spiegare tutto, cosa che qui si trova ad essere troppo esasperata dalle circostanze: la chiave di lettura delle allucinazioni, del resto, sembra doversi rintracciare all’interno del passato tormentato del protagonista (ettepareva), che ha perso alcuni affetti familiari molto cari e che è – anche piuttosto evidentemente – un alcolista. Nonostante la stanza 1408 diventi un vero e proprio inferno, nel quale trovano spazio sia allucinazioni alla Carpenter anni 90 che ulteriori elementi che richiamano illogici varchi spazio-temporali suggeriti da un certo cinema horror ottantiano (le porte dell’inferno, gli specchi come varchi dimensionali e così via), 1408 inizia bene, sembra decollare a metà film ma si perde un po’ nel finale: una conclusione che probabilmente stuzzicherà la sensibilità di qualche spettatore (per via di un tocco di pietismo secondo me evitabile), e che potrebbe lasciare un po’ delusi molti altri.

Dire che 1408 è sconclusionato sarebbe un errore grave, anche se ad un certo punto si potrebbe essere tentati dal pensarlo: il vero sostanziale problema di questo film è che, di fatto, è stato quasi “rallentato” cronologicamente nel finale. Troppo lungo, in due parole. Senza voler svelare altro di un intreccio davvero coinvolgente, potrei aggiungere che in un certo senso il finale è telefonato (o prevedibile) almeno quanto il fatto, perdonabile di suo, che un direttore di hotel palleggi per venti minuti il protagonista invitandolo ad andarsene ripetutamente. Una New York che, in questo film, nasconde misteri imponderabili all’interno di un albergo, che diventerà una sorta di trappola allucinatoria per il protagonista. Notevoli gli artifici scenici e le trovate, tutte da scoprire, di cui è cosparso il film: su tutte ricordo il “gioco della finestra di fronte” che diventa uno specchio, citazione a quanto pare de La guerra lampo dei Fratelli Marx).

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1408 (M. Håfström, 2007)
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