“IT” è l’horror kinghiano più famoso che ci sia (Tommy Lee Wallace, 1990)

“IT” è l’horror kinghiano più famoso che ci sia (Tommy Lee Wallace, 1990)

Anni 60: un gruppo di adolescenti (Il club dei perdenti), alle prese con i tipici problema di quell’età, si ritrova a contatto con un sinistro demone dalle sembianze di un clown. Tredici anni dopo, si ritroveranno per eliminarlo nuovamente.

In breve. Chiunque dovrebbe aver visto IT di Lee Wallace, e ricordare le spaventose movenze del grottesco Pennywise. Al netto dell’aspetto visuale, pero’, c’è un sostanziale problema di eccessiva diluizione della trama, che ricalca ampiamente la prolissità del romanzo originale. Non mancano spunti artistico-creativi degni di nota, ma nel suo insieme IT non decolla praticamente mai: eppure, si ama.

Una clown assassino, l’ovvia conseguente coulrofobia (la paura dei pagliacci), la metafora horror applicata ai problemi di adattamento e di bullismo di un gruppo di adolescenti; un male quasi lovecraftiano, assoluto, invisibile (come una pandemia, verrebbe da dire oggi) che si diffonde nelle nostre vite. E poi la crescita, le paure che non se ne sono mai andate del tutto, un segreto tenuto nascosto per anni e suggellato con un patto di sangue: IT versione originale (siamo nel 1990) è prima di tutto figlio del suo tempo. Anche solo per questo, è considerato in maniera entusiastica da gran parte del pubblico, per quanto non sia esente da qualche problemino; ma ciò non rientra forse nella classica circostanza che rende un film “di culto”? Se è vero amore, ti ama con tutti i tuoi difetti – e questa regoletta stereotipata dovrebbe valere analogamente anche per il cinema di genere.

Per quanto l’originale anni ’90 di IT sia di culto per partito preso, ed uno dei ricordi più vividi che io abbia in ambito horror, e nonostante se ne debba riconoscere una sorta di “valore assoluto” in termini stilistici e concettuali, questa mini-serie TV – tratta dal noto romanzo di Stephen King – è tutt’altro che perfetta, e rientra nella classica dimensione dei B-movie dell’epoca (quelli nemmeno troppo costosi, a ben vedere) che cercano di accontentare il grande pubblico ad ogni costo. La dimensione genetica sembra essere quella dell’horror adolescenziale (è quasi ovvio ripensare a quello che fu l’apice di quel genere di horror, ovvero Creepshow), anche se poi – a conti fatti – si va in molteplici direzioni, manca qualcosa a livello generale – o meglio si rivedono topos già sviscerati, poco originali e addirittura vecchiotti già per l’epoca (il villain grottesco che si prende gioco delle vittime adolescenti, vedi Freddy Krueger). Canoni che, a conti fatti, incalzano durante la visione, ma poi finiscono per non catturare mai del tutto l’attenzione dello spettatore. IT propone le classiche situazioni tipiche degli horror ottantiani, emulandone il mood caratteristico, la teatralità ed le situazioni surreali: in IT possiamo assistere ad allucinazioni di ogni genere, palloncini ricolmi di sangue, clown che sbucano dai tombini e sembrano chiedere l’autostop, teste parlanti nel frigorifero (Macabro) e tutto quel bagaglio di situazioni celebrate e cristallizzate da film quali Il seme della follia, qualche anno dopo. In questo senso, per una serie di citazioni più o meno volontarie o auto-celebrative dell’horror ottantiano, criticarlo da amanti dell’horror è un’impresa azzardata che trovo, nonostante tutto, doverosa.

Il libro di King, peraltro, osannato acriticamente come una delle sue migliori opere (cosa che non ho mai accettato pienamente) è un colossale romanzo di oltre 1200 pagine, che inizia bene, continua meglio ma poi, tra mille dettagli che l’autore si è divertito a sviscerare nel lontano 1985, si diluisce in una trama fin troppo intricata e minuziosa. Il clown che terrorizza, uccide e fa anche ridere i bambini via è un villain di tutto rispetto, certamente, anche perchè è quasi certamente uno dei primi clown innestati in un horror. Per via della lunghezza del film, pero’, rischia di risultare una figura abusata, che eredita passivamente caratteristiche da altri personaggi del terrore: si nasconde nell’oscurità, sbuca fuori dai tombini, terrorizza gli adolescenti e ne abusa (come un certo Freddy), è un mutaforma (cambia aspetto, evocando anche vagamente La cosa), e chi più ne ha, ne metta. Dettaglio molto più interessante, King probabilmente (non esistono dichiarazioni ufficiali a riguardo, a quanto pare) si basò su un serial killer realmente esistito, che usava vestirsi da clown durante le feste per bambini: parliamo di Wayne Gacy Murders, colpevole di 33 omicidi di adolescenti negli anni 70, e condannato a morte per iniezione letale nel 1994.

Non mancano perle d’epoca da raccontare su questo film: si parla, ad esempio, di un Tim Curry talmente calato nella parte di Pennywise che il cast, suggestionato, lo evitò per tutta la durata delle riprese. Si racconta anche di un Tony Dakota realmente terrorizzato dal suo personaggio, tanto da avere timore di recitare con lui – ma l’aspetto più terrificante è forse la sessuofobìa che attanaglia la versione cinematografica. Per sottolineare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, infatti, nel romanzo viene raccontata una scena di sesso tra i ragazzi e l’unica ragazza del gruppo, Beverly. Questa scena non è mai stata girata, e King affermò più volte di aver scritto quella scena per sottolineare la transizione, il processo di crescita dei personaggi.

Se si cercano informazioni su questa scena, non esiste da nessuna parte: nè il regista originale nè quello del remake del 2017 hanno ritenuto opportuno filmare del sesso tra teen, per quanto potesse essere simulato e per quanto non mancassero soluzioni sobrie o poco esplicite atte quantomeno a far intuire un qualcosa di vitale per la trama che, invece, è stato brutalmente rimosso. Se fosse stato un problema così grave,  a questo punto, film straordinariamente belli come Mysterious Skin non sarebbero, semplicemente, mai usciti (film che si spinge parecchio oltre il tono horror-favolistico di King, simboleggiando storie vere di pedofilia con quelle di presunti rapimenti alieni, e raccordandole attraverso una seduta psicologica post-traumatica). La dice lunga che, ad oggi, il termine più utilizzato per riferirsi all’unica scena di sesso di IT (quella che manca, in realtà) sia quella di orgy, una parola puramente acchiappa-click, che è pure un termine improprio dato che il sesso aveva una valenza liberatrice, protettiva e simbolo di crescita (e non avveniva neanche in gruppo, peraltro).

Chiarito che per la morale degli ultimi anni (per fortuna, non universale) il sesso scandalizza ancora molto di più della morte, l’analisi del film deve limitarsi a constatare una eccessiva presenza di dettagli e diluizione della trama, al netto di un discreto horror ottantiano, che rende un intreccio dall’accattivante al sempre più difficile da seguire. Il pagliaccio di Curry è molto più spaventoso e incisivo di quello del remake, per inciso, ma questo non basta a rendere IT il “capolavoro” di cui molti (s)parlano. Di sicuro, poi, la seconda parte della mini-serie è molto più fiacca della prima – e questo è lo stesso Tommy Lee Wallace (regista e sceneggiatore della saga) ad ammetterlo; la lotta contro Pennywise, di fatto, assume contorni non troppo credibili in varie fasi del film.

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