“Midsommar”: e il cinema horror assistette al più grande rito di passaggio di sempre

Se pensiamo a un horror ci vengono subito in mente spazi angusti e bui: è impossibile vedere dove si annida il Male e cercare una via di fuga da case infestate, boschi in cui si aggira un serial killer o ex manicomi abbandonati è probabilmente più difficile che tentare di sopravvivere a un killer spietato. Il primo impatto con un film come Midsommar, dunque, è decisamente sconcertante.

Ambientato in ampie vallate verdi, con il sole che splende alto nel cielo terso e accarezza l’erba dei prati e la pelle delle spalle e del viso, immerso in una dimensione di comunione, di sacralità e di festa, sembra impossibile che il film di Ari Aster, prodotto dalla A24, sia uno degli horror più sconvolgenti degli ultimi anni. Eppure, è proprio così. Se la tradizione horror ci ha insegnato a non fidarci in alcun modo delle apparenze, di personaggi che sembrano affabili e di situazioni fin troppo comode per non nascondere un inquietante segreto, Midsommar decide di servirci tutti questi elementi in un contesto estraneo alla cinematografia dell’orrore, in cui gli atti più empi si svolgono sotto la luce del sole (alcuni off camera, certo, ma di notte non accade letteralmente nulla).

Un’atmosfera di generale straniamento è quella che ci introduce in questa pellicola, dove già dai primi minuti si percepiscono inquietudine e orrore dovuti all’omicidio-suicidio della sorella e dei genitori della protagonista Dani (Florence Pugh). Un’incredibile solitudine la colpisce e travolge la sua vita come uno tsunami, mentre cerca di aggrapparsi con le poche forze rimaste a l’unico, fragile appiglio rimastole, il fidanzato Christian. 

E in questo momento entrano in gioco immediatamente quelle dinamiche che solo chi ha vissuto una relazione tossica conosce, rabbrividendo al solo pensiero: gaslighting, narcisismo, negligenza sono i primi campanelli d’allarme che si sentono suonare quando ci accorgiamo di essere davanti a un rapporto che non ci porterà nulla di buono; un vero e proprio orrore che si vive quotidianamente, reale, da cui se non ci si libera ai primi segnali della sua manifestazione diventa sempre più difficile scappare.

Con queste premesse comincia il viaggio di Dani, che la condurrà fino in Svezia proprio in quei giorni in cui si celebra la festa di metà estate. La ragazza immediatamente resta colpita dal posto e soprattutto dalle usanze della popolazione, fortemente ancestrali e anacronistiche per i nostri giorni, fatte di rituali estremi che celebrano la vita. I demoni che la angustiavano man mano che si inserisce nell’ambiente e viene a contatto con la cultura la lasciano libera; oppure, se guardiamo da un altro punto di vista, si trasformano e la cambiano radicalmente.

La pellicola è disseminata di indizi fin dalle prime scene: oltre al rapporto tra Dani e Christian, fortemente disfunzionale e destinato a distruggersi, il villaggio svedese – ma non solo – è ricco di decorazioni, incisioni runiche e pitture che raffigurano i riti e anche alcune scene che andranno poi a verificarsi effettivamente.

La sensazione che si ha quando gli stranieri americani arrivano in Svezia è quella di una dimensione arcaica, che rifiuta l’evoluzione ma che allo stesso tempo la abbraccia da un pezzo (molti dei ragazzi più giovani infatti sono espatriati proprio per andare a studiare all’estero), privilegiando ideali quali l’uguaglianza, lo spirito di solidarietà e l’inclusione. Dani infatti, benché inizialmente sconvolta dalle usanze, anche barbariche, degli abitanti del villaggio, ben presto comincia a ritagliarsi una propria dimensione al suo interno, a trovarsi a suo agio con le dinamiche e soprattutto con la gente del posto, che ne apprezza il rispetto e non la abbandona in nessun momento della sua esperienza. Uso questa parola non a caso proprio perché quello di Dani non è soltanto un viaggio fisico da un posto all’altro ma soprattutto un viaggio emotivo e spirituale, al termine del quale acquisisce una stabilità a trecentosessanta gradi, una pace con se stessa e con gli altri che chissà da quanto tempo non provava. È l’unica del suo gruppo a non percepire estraneità né ostilità da parte dei membri del villaggio e nei loro confronti, anzi si pone verso questo nuovo mondo con l’atteggiamento tipico dell’osservatore partecipante teorizzato dall’antropologo Malinowski: partecipa attivamente alle attività e alle tradizioni in modo da capire a fondo la cultura e farla propria, e in cambio ottiene la riconoscenza e l’affetto della comunità.

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Immediatamente lo spettatore riesce dunque a percepire che la ragazza non è fuori posto, anche grazie a un dettaglio che salta agli occhi di tutti: è fisicamente molto simile agli abitanti del villaggio; potremmo dire che la sua è una tipica bellezza svedese. Gli occhi infatti sono chiari, la pelle è bianca e i capelli biondi. Riesce subito ad amalgamarsi in quel gruppo di sconosciuti proprio perché simile a loro e aperta al confronto e allo scambio.

Il suo viaggio, come precedentemente accennato, è da percepire più come un rito di passaggio dall’età infantile all’età adulta, dalla dipendenza dagli altri all’indipendenza e l’autonomia personale. Dani è infatti sola al mondo, e il regista non ce ne fa mistero; gli svedesi sono gli unici in grado di apprezzarla e di accoglierla come una di famiglia (dettaglio che ci viene già suggerito all’inizio del film dal personaggio di Pelle, amico di Christian di origini svedesi che sarà il Cicerone di questo viaggio e l’unica figura amica che Dani porterà con sé dagli Stati Uniti).

Midsommar è un film completamente costruito attorno al tema della cerimonia di passaggio, che non a caso è uno dei topoi principali degli horror. Come abbiamo visto, il passaggio avviene da un luogo all’altro; da un’età all’altra; ma anche dall’inverno all’estate, perno delle celebrazioni del villaggio, che si avvale del cambio di stagione per celebrare non solo la rinascita della natura, ma anche quella personale. Non è un caso che a incarnare questo passaggio definitivo è proprio Dani: i primi anni di vita di una donna infatti sono contraddistinti da riti e usanze che la accompagnano per tutta la durata della crescita e della maturazione da bambina a donna; basti pensare infatti a quanto, ancora oggi, l’arrivo del menarca in molte culture sia considerato un evento. A essere celebrata è dunque la donna, perfetto esempio di natura che rinasce e rifiorisce anche dopo aver vissuto tante avversità.

Midsommar, attraverso riti e usanze brutali, altro non è che una metafora della vita vera, delle difficoltà che gli individui si trovano ad affrontare inevitabilmente al momento della crescita, nel passaggio all’età adulta. Questo passaggio ha anche e soprattutto funzione salvifica: eliminando la fonte del male e abbandonando dietro di sé tutte le vecchie certezze che ancoravano al terreno, si è in grado di scoprire un nuovo Io, più maturo e consapevole e pronto ad affrontare una nuova fase della vita.

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