A History of Violence (D. Cronenberg, 2005)

Tom Stall è un uomo come tanti, diventato un eroe dopo aver sventato una rapina all’interno del proprio locale; l’essere al centro dell’attenzione lo mette in contatto con un membro della mafia irlandese del posto, che sostiene che il suo vero nome sia Joey Cusack, un ex gangster che li aveva traditi anni prima…

In breve. Il “Cronenberg maturo” colpisce nel segno, si risparmia qualsiasi stilizzazione (meno che mai di natura orrorifica) e punta dritto al realismo. Il risultato certamente è di livello, ma per qualche strano motivo tende a non rimanere troppo impresso nella memoria dello spettatore.

A History Of Violence” è un film decisamente di grandissimo spessore, caratterizzato un po’ dalla summa del Cronenberg-pensiero attuale: un realismo forse inedito in precedenza, inteso come rappresentazione delle vicende di un uomo della strada che nasconde più segreti di quanto si possa immaginare. A fare la contorno la grandissima regia del canadese, dalle idee estremamente chiare e capace di conferire la giusta identità alla pellicola: la rapina sventata non ha nulla di spettacolare, così come le scene di sesso tra i due coniugi, sembrano riprese quasi di nascosto – queste ultime sia nella versione light iniziale che nella seconda, leggermente più morbosa. Molti dei temi trattati, per la cronaca, anticipano quello che verrà sviluppato ampiamente nel successivo “La promessa dell’assassino”.

Non è più il Cronenberg cyberpunk di Videodrome e di eXistenZ, e personalmente continuo a preferire le sue opere di vecchia scuola: ma non è il caso di fare troppo i nostalgici, nonostante tutto “A history of violence” continua ad insistere sul lato oscuro dell’uomo, senza fronzoli ed in modo tale che chiunque si possa identificare nelle vicende. La mutazione del corpo – e della mente – non è mai terminata, tutto sommato esiste ancora un filo di continuità in questi film decisamente più riflessivi e (come si usa dire) “psicologici”, ed è rappresentata egregiamente dalla favolosa interpretazione di Mortensen. Riuscire a superare l’ossessione di una vera e propria poetica, in fondo, di natura cronenberghiana, è quanto di più idoneo si possa fare nella visione di un film del genere.