Pazzo per lei: una commedia leggera e anticonformista


Dopo una notte indimenticabile con Carla, Adri decide di entrare volontariamente in un centro psichiatrico, dove scopre risiedere la ragazza, per incontrarla ancora. Ma le cose prendono una piega inaspettata…

Pazzo per lei, al là delle apparenze, è una commedia sentimentale dai toni leggeri, che racconta di un incontro come tanti di due persone (l’eccentrica Carla e il pronto-a-tutto Adri), con una singolarità nella trama: quasi tutto il film ha a che fare con un ospedale psichiatrico.  Alla base del film, infatti, vi è addirittura un esperimento specifico, dal quale è stato tratto un articolo su Science, dal titolo On Being Sane in Insane Places, a firma D. L. Rosenhan. Lo studio è incentrato sull’indistinguibilità tra sani e malati all’interno di un ospedale psichiatrico, che è anche il topic principale del film al netto di qualche immancabile (e perlopiù poco significativa) sotto-trama.

Adri scopre infatti che Carla è ricoverata, ed accetta – con un certificato medico falso – di farsi rinchiudere per poterle stare vicino. Più che evocare un colosso come Qualcuno volò sul nido del cuculo, sembra fin da subito una trasposizione alleggerita del cult Il corridoio della paura. Il film di Fuller era infatti una spaventosa digressione in stile hitchockiano sulle paure umane, giocata sull’immedesimazione di un giornalista ambizioso che arrivava a fingersi pazzo per poter scrivere l’articolo del secolo dentro un manicomio. Adri è un giornalista e la circostanza viene evocata almeno una volta, per cui è difficile pensare che il regista non conoscesse quantomeno l’originale.

Pazzo per lei di Dani de la Orden (classe 1989, con altri 7 film all’attivo prima di questo) gioca su toni ovviamente molto alleggeriti, a confronto, partendo da presupposti classici (un ragazza ed un ragazzo che si incontrano casualmente ad una festa, si imbucano ad un matrimonio, fanno sesso), poi il protagonista scopre che lei è stata internata ed accetta, in un’estasi di infatuamento, di farsi rinchiudere. Le cose si mettono subito nel peggiore dei modi: Carla non gradisce il ritorno del compagno, lo respinge e lo invita ad andarsene. Ma è troppo tardi: nessuno crede alla storia del ragazzo, che rimane intrappolato nella clinica. Il parallelismo con Fuller è tutto lì, e finisce altrettanto rapidamente. C’è tempo – e ce n’è forse troppo, dato che il film dura circa due ore – per focalizzare una storia dai tratti scanzonati e grotteschi, pensata per il grande pubblico e per qualsiasi età o gusto.

Senza anticipare troppo del resto svolgimento narrativo – piuttosto diventente e ben congegnato in molti passaggi, per quanto penalizzato da qualche banalità innestata a singhiozzo nella storia, e da un finale probabilmente fiacco e prevedibile – Pazzo per lei dissacra il mondo della psichiatria e l’intero filone dei film ambientati in un manicomio, rendendoli parodistici e più che light. Ma dire che questa film sia una parodia è fuori questione, perchè non lo è in senso stretto (almeno, non certo nella direzione in cui Mel Brooks ha fatto scuola). Ci si focalizza quasi esclusivamente sulla storia dei due protagonisti, sull’amore come essenza salvifica, sul proporre stilemi narrativi che piacciano prima ancora di essere minimamente plausibili e su situazioni, peraltro, già viste in decine di altre commedie, soprattutto USA.

C’è anche da dire che l’atmosfera è rarefatta, tanto che l’ospedale psichiatrico sembra diventare senza preavviso un hotel (ad esempio quando in tre escono e poi rientrano come se nulla fosse: mezz’ora prima non poteva uscire nessuno come sottolineato da nerboruti infermieri, in seguito si esce addirittura di notte!), mai nessuno viene punito nè redarguito e questo, per così dire, fa capire che l’ospedale sia solo un pretesto narrativo come un altro. Il rischio non è tanto la credibilità (essendo una commedia, chissenefrega), quanto quello di banalizzare il contesto – che rimane serissimo anche se, ovviamente, lo stile “carcerario” mal si sarebbe adeguato al genere scelto. E il bello, ad un certo punto, è forse anche questo, proprio perchè nel cinema è lecito dissacrare qualsiasi stereotipo e in fondo, seppure con i guanti di velluto ed evitando qualsiasi complicazione, questo il film lo fa. Rimane comunque una commedia sentimentale più originale della media, per quanto ancorata a quel consueto immarcescibile mood risalente a Harry ti presento Sally. È la struggente storia di due friends with benefit, immersi in una storia sentimentale fatta di alti, medi e bassi (ma non mi dire).

Sarebbe stato meglio, a questo punto, sganciarsi da alcuni stereotipi, e ne sarebbe risultato forse un film ancora più gradevole, cosa che (per semplicità, convenienza o qualsiasi altra ragione) il regista decide di non fare. E se alcune cose sono banalizzate (specie nell’ambito psichiatrico, dove ad un certo punto sembra che l’amore risolva tutto a prescindere, e viva il parroco), rimane una commedia leggera ben fatta. Provare a risolvere l’intreccio a suon di psicologia popolar-spicciola e giocando su personaggi al limite dell’insulso (la direttrice della struttura, ad esempio) rimane abbastanza insopportabile, unito alla lunghezza forse eccessiva del film. Ma dato il contesto non è neanche il caso, forse, di spaccare il capello in quattro.

Non ne avevamo propriamente bisogno ma, come dire, abbiamo visto di peggio. Disponibile su Netflix.