Uno studente americano di medicina e la propria fidanzata vengono coinvolti dagli esperimenti del collega Herbert West, che crede di aver trovato un modo per far rivivere i cadaveri…

In breve. Sulla copertina del DVD è riportato il nome di H. P. Lovecraft, ma nonostante le intenzioni iniziali il film è “solo” (si fa per dire) una libera rivisitazione del lugubre intreccio originale. E questo, per una volta, non è un male: originale, sanamente splatter, parodistico, violento e carico di tensione. Un horror che non finisce di sorprendere, e che ha fatto scuola negli anni successivi. Astenersi cercatori di cinema intellettuale e pubblico particolarmente impressionabile.

“Io non l’ho ucciso… io gli ho dato la vita!”

Siamo al cospetto di uno dei classici del cinema horror ottantiano: già il tema musicale, sostanzialmente lo stesso di Psycho, fa intuire a cosa stiamo per andare incontro, ovvero un cult. La faccia da nerd del protagonista (Jeffrey Combs) è rimasta negli anni come simbolo del film stesso: del resto Herbert West non è che il collega inquietante che nessuno vorrebbe mai incontrare, nè tantomeno abitarci assieme. Dal canto suo anche la coppia Abbott / Crampton da’ del proprio meglio, ma per la verità tutti gli interpreti sono surclassati dalla bravura di Combs, che convince e (nei limiti di un horror, se vogliamo) diverte. Qualche vaga tinta di exploitation che si nota nel fatto che praticamente ogni scusa è buona per mostrare la Crampton nuda, o comunque oggetto di attrazione da parte di qualche personaggio maschile. Questo pero’ non fa perdere il filo della trama come negli attuali “mostri con gnocca ambulante” a cui siamo assuefatti oggi, bensì fa parte dell’estetica del periodo, che non si risparmiava nel mostrare belle donne come protagoniste anche quando artisticamente scadenti (e non è il caso della Crampton, scream queen mica da ridere).

Ci sarebbe da discutere sul livello di fedeltà del racconto originale rispetto a quello che si vede nella pellicola: è cosa nota che Lovecraft fosse decisamente più orientato sull’orrore come idea, sull’attesa insostenibile e sul crescendo. Gordon non lo fa e preferisce spalmare l’orrore in modo uniforme, dato che dopo neanche un minuto c’è già un tocco splatter, fino al delirio grand-guignol del finale. Si dice spesso che Lovecraft sia poco “filmabile”, e questo film costituisce secondo me un’eccezione notevole, pur trattandosi di una libera rielaborazione del contenuto in chiave mad-doctor. La mitica Miskatonic University viene resa in modo diverso da come lo scrittore di Providence l’aveva immaginata, e mi sembra probabile che il regista sia partito da un’idea e l’abbia declinata in seguito diversamente. Questo film, per intenderci, non insiste tanto sul lato morboso della vicenda (come farebbe il miglior Fulci ispirandosi a Lovecraft, ad esempio), ma insiste sulla vicenda in sè (uno scienziato pazzo schiavo della propria sete di conoscenza) senza degenerare nella demenzialità come invece avrebbe fatto, su tonalità simili, ad esempio Peter Jackson. Il fatto che il risultato sia ancora oggi ricordato come un oggetto di culto rende l’idea del grandissimo spessore del regista, e ci consegna uno spaccato di gore davvero notevole, decisamente inadatto al pubblico più sensibile.

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Del resto l’obitorio, le lezioni di medicina e la cantina degli orrori forse in questa circostanza si sono consolidati come stereotipi del cinema di paura (anche) moderno, (re)inventando una sorta di medical-horror in cui non mancano le tinte parodistiche: in modo leggero, quando ad esempio si evoca la famosa scena di Halloween con Myers sotto un lenzuolo a mo’ di fantasma, ma anche e soprattutto con il parossismo (la testa parlante) e l’esagerazione “organica”, che presentate in questa chiave non possono che risultare azzeccate. Tra le scene di culto, il corpo rianimato che porta allegramente a spasso la propria testa dopo una decapitazione.

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13/11/2011