Paura nella città dei morti viventi (L. Fulci, 1980)

Durante una seduta spiritica nella città di New York, una giovane donna (Mary Woodhouse) avverte il contemporaneo suicidio di un prete (Padre Thomas) a Dunwich, e poco dopo un cadavere emerge dal sottosuolo: è l’inizio di un’inquietante catena di avvenimenti che culminerà in uno dei masterpiece più surreali e spaventosi di Lucio Fulci.

In breve: un horror classico (e molto splatter in certe sequenze), surreale e nichilista, un titolo di punta all’interno del panorama italiano anni 80: certamente uno dei titoli che ha reso famoso Lucio Fulci nel mondo. La concretizzazione dell’orrore come idea, forse la più concreta filosofia cinematografica del regista romano, trova qui il massimo sfogo, sebbene il prodotto finale non sia tanto comune da farsi apprezzare dallo spettatore “generalista”.

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Paura nella città dei morti viventi” fa parte della cosiddetta Trilogia della morte di Lucio Fulci, che include gli altri due lavori prettamente visionari “L’aldilà… e tu vivrai nel terrore” e “Quella villa accanto al cimitero“. Questo film omaggia esplicitamente i racconti di H. P. Lovecraft, e ne eredita buona parte del sentire, a partire dalla coppia di personaggi che parte, in circostanze casuali, a fermare uno degli orrori più universali e spaventosi mai visti sulla terra, stando ad un’antica profezia – contenuta nel libro di Enoch – risalente a circa 4000 anni prima. Intreccio concepito dal grande sceneggiatore Dardano Sacchetti (autore molto prolifico nel settore, oltre che creatore del personaggio “Er monnezza“), che qui trova uno dei suoi massimi culmini espressivi.

Partendo quindi da uno scenario classicamente settantiano – una seduta spiritica culminata con il malore di una delle partecipanti – il film evolve attraverso scenari tenebrosi, sulfurei e sinistramente lovecraftiani, idealmente pregni di un Maligno invisibile che regola le sorti dell’umanità, come un indifferente e mostruoso burattinaio. Il Fulci di questo film indugia notevolmente sui dettagli macabri, propinando un orrore tanto fisico e tangibile quanto assurdo nella sua comparsa, senza risparmiare nulla allo spettatore: cadaveri putrefatti, vermi disgustosi, cervelli in vista, interiora, ma anche mugugni nell’oscurità, sangue dalle pareti o specchi, finestre e pavimenti che detonano senza motivo. Una carovana dell’orrore inteso come aggressione immotivata – e mai pacchiana – allo spettatore che trova, nel cinema horror italiano, il massimo sfogo, sia qui che nel capolavoro “Inferno” di Dario Argento (da cui Paura nella città dei morti viventi eredita qualcosa a livello di feeling, pur essendo una storia piuttosto diversa).

Del resto il problema che emerge in modo più rilevante, a voler essere critici, riguarda un probabile surplus di personaggi, che sono forse difficili da identificare nei rispettivi ruoli e, soprattutto, non necessariamente funzionali alla storia raccontata (il poliziotto che sembra avviare le indagini e si vede solo all’inizio): un problema che è un po’ tipico di molti gialli all’italiana (“scuola” da cui Fulci in parte proviene), e che si possono vedere in modo accettabile in quest’ottica. Con Paura nella città dei morti viventi, film dell’orrore a 360° ricco di suggestioni – che espandono la mitologia dei morti viventi ad una dimensione onirica, surreale, incontrollabile per l’uomo – possiamo parlare di cinema sperimentale, in quanto estremizza visivamente molti concetti (tra cui un feroce nichilismo ed il senso di vendetta da parte di forze sovrumane contro l’apatia, l’indifferenza e l’avidità umana) secondo una essenziale e pessimistica chiave di lettura: esiste un mondo in bilico e senza speranza, i personaggi che lo popolano sono divorati dal senso di colpa (vedi gli avventori chiacchieroni del bar, davanti ai quali si spacca uno specchio e si crea una crepa nel muro) e la pagheranno nel modo più cruento. C’è anche spazio per mostrare il valore del pregiudizio, sulla falsariga de Non si sevizia un paperino, nel momento in cui dei primi morti – martoriati in primo piano e con dovizia di particolari – viene accusato ingiustamente il giovane Bob (Giovanni Lombardo Radice), un personaggio tormentato dalla solitudine quanto discriminato dalla gente di Dunwich. Il nichilismo di Fulci, del resto, si esprime in modo magistrale con scene che hanno segnato la cinematografia del genere: ai consueti preti zombi e medium si affiancano le vampate di fuoco dal pavimento, le lacrime di sangue, Mary Woodhouse sepolta viva e liberata a colpi di piccone, le interiora rigurgitate (una delle scene più gore della pellicola) e naturalmente la beffarda ed ambigua apocalisse finale: quella che vede i protagonisti fissare il ragazzino John-John – anch’egli uno zombi – mentre si congela la pellicola su un fermo immagine e l’obiettivo appare frantumarsi. Le urla che provengono sui titoli di coda dal “retro” di quello schermo cristallizzato sono indimenticabili, e fanno venire i brividi con un gioco di “non mostrato” davvero magistrale per una pellicola che, al contrario, fa dell’eccesso visuale ed organico la propria norma. A quel punto cosa importa se il giovane sia stato davvero un morto vivente (l’ambiguità rimane), o cosa abbia davvero determinato le urla finali: “l’orrore è pura idea” è una frase ripetuta da Fulci in almeno un’intervista, conta la poetica dello sceneggiatore, il suo piglio diretto, esplicito e senza fronzoli, improntato al massimo rigore tecnico e visuale.

Sta di fatto che “Paura nella città dei morti viventi” non si assimila, è difficile da raccontare senza smarrirne l’essenza (va visto) e vive in una dimensione estremamente onirica. Un cinema all’epoca probabilmente allo zenith, oggi forse fuori moda, per quanto volutamente privato del tempo e, in parte, dello spazio.